La selezione della specie fa le scarpe al Brenta

VIGONOVO (VENEZIA) – Lo storico distretto delle calzature tra Padova e Mestre sta cambiando faccia. I grandi gruppi hanno frantumato la filiera produttiva, abusato del lavoro «cinese» e costretto i «piccoli» a una guerra per la sopravvivenza La crisi accentua un processo di selezione che aveva già  «bucato» il distretto. Molti arretrano o chiudonoPaolo Anemone s’è inventato le «scarpe vegane»: niente cuoio, vietato usare materia animale, solo microfibre, sughero, canapa, tessuti biologici. Fornisce il materiale e il disegno, controlla la produzione dei contoterzisti, vende nelle fiere vegetariane, in due negozi e usa molto l’on-line. «Lo stile conta relativamente, l’importante è il materiale usato cui corrisponde un pubblico». Anemone, famiglia calzaturiera, ha trovato la sintesi perfetta tra condizione materiale e coscienza, perché «il marchio DiRomeo (dal nome del cagnolino adottato, ndr) è una scelta di vita»: la pratica vegetariana gli ha indicato la nicchia da scavare, la specializzazione per sopravvivere sul mercato.
Ennio Faravon, invece, ha chiuso ed è andato in pensione. Aveva sei dipendenti e prima dell’euro fatturava 300 milioni di lire l’anno, ma dal 2000 il tomaificio non reggeva più, cucire il cuoio per trasformarlo in scarpa stava diventando un «lavoro da cinesi». Un tempo si faceva tutto in uno stesso luogo, taglio, cucitura, asole e quant’altro fino al montaggio e alla confezione finale. Il calzaturificio era questo. Poi i pezzi sono stati scorporati, «spargendo» la fabbrica sul territorio: le scarpe erano ovunque, «anche sotto i letti, tutto il paese era un grande laboratorio». Così la Riviera del Brenta è diventata uno dei più importanti distretti calzaturieri italiani: ad alto lavoro aggiunto, perché il valore passava progressivamente nelle mani di chi possedeva i marchi, le griffe. La concorrenza sui costi di produzione è diventata sempre più forte, le lavorazioni a bassa specializzazione sono state conquistate dai cinesi: «Che costano 6/7 euro l’ora, mentre gli italiani viaggiano sui 20 euro. Quelli lavorano anche la notte, ritirano i pezzi la sera e li consegnano cuciti la mattina». I tomaifici cinesi praticano un just in time perfetto per il ciclo della scarpa.
La signora Eddi del calzaturificio ha tenuto solo il nome, Amaca. La fabbrica vera e propria l’ha chiusa nel ’92 e oggi in azienda sono in tre: lei, il marito e il cognato. Si affannano a trovare commesse usando molto internet, organizzando – soprattutto per clienti arabi – il lavoro loro e quello di altre imprese: «Prima i campionari e poi la produzione vera e propria. Qualcosa facciamo direttamente anche noi». Una scelta d’indipendenza dalle grandi marche e per non essere strangolati dalle finanziarie. La signora Eddi più che con i cinesi ce l’ha con il Wto, «perché un mercato globale senza regole è devastante; in poco tempo sono stati cancellati 50 anni di conquiste sociali». Per la sua Amaca sopravvivere è una questione di dignità , una sfida con attrezzi domestici al mercato globale e alla legge dei grandi come Louis Witton o Yves Staint Laurent, «calati qui come gli Unni».
Mauro Zampieri per sopravvivere ha rilanciato. «Nato scarparo, figlio di scarpari», per non fallire nel 2006 ha puntato sullo stile. La mossa del cavallo per sfuggire alla legge delle griffe si chiama Pas De Rouge, quaranta dipendenti sulla Riviera del Brenta per progettare e produrre calzature da donna di buon livello (150-250 euro il prezzo di vendita), «qualcosa che vuole essere inimitabile» e un’ottantina di «ambasciatori» commerciali per venderle nel mondo, fondamentali almeno quanto operai e dirigenti. Tutta la produzione in azienda (cucitura a parte), fuori la commercializzazione. Un fatturato notevole (11 milioni di euro nel 2011) l’80% in esportazioni, la metà  extraUe. E la sensazione di aver vinto la sfida con l’imminente apertura di un negozio monomarca (la sua) nel centro di Roma. «Specializzarsi, innovare e vendere uno stile. Per occupare la nicchia giusta, altrimenti si chiude».
La Cina è troppo vicina
Così si vive – o si «muore» – a Vigonovo, sul Brenta, tra Mestre e Padova, 10.000 anime e una storia fatta di scarpe. C’è anche il Museo della calzatura, ma è poco frequentato. Qui la crisi mondiale è arrivata un po’ alla volta, senza aspettare il 2009. Anche se all’inizio si chiamava «sviluppo», con le grandi griffe che acquisivano i laboratori, distribuivano commesse e fissavano i prezzi; i cinesi che abbattevano il costo del lavoro; il gran correre per competere – puntando sull’intensità  del lavoro – nel calzaturiero che nel mondo è quasi sinonimo di made in Italy, 7 miliardi l’export nel 2011, una produzione complessiva che fino all’anno scorso era ancora in crescita (+2,4% sul 2010). Sul Brenta si producono ogni anno 20 milioni di paia di scarpe, quasi 2 miliardi il fatturato. I numeri dicono che il distretto resiste. Ma la sua composizione organica e la sua vita sono cambiate; e, di conseguenza, anche gli umori. Quelli espressi dal sindaco sono pessimi. Damiano Zecchinato, leghista, bandiera padana ben visibile in ufficio e tranceria per calzature affidata alla famiglia, non ha dubbi: «La colpa è della Cina e di chi fa affari con i cinesi: alcuni grossi produttori di Vigonovo hanno delocalizzato laggiù, le grandi griffe sono arrivate qui e si servono anche del lavoro clandestino o sottopagato dei cinesi, le autorità  italiane chiudono un occhio su tutte le irregolarità  per paura di compromettere gli affari con Pechino. Risultato: ci stanno colonizzando». Zacchinato vorrebbe più controlli di polizia («io ho solo 3 vigili urbani…») e dazi doganali: «Perché questi tolgono il lavoro a noi qui e fanno contraffazione spacciando per Made in Italy ciò che viene prodotto in buona parte laggiù». Per il sindaco, andando avanti così, il futuro di Vigonovo è segnato e «il distretto calzaturiero del Brenta sparirà ». Umori in perfetto stile leghista: i 160 cinesi residenti a Vigonovo visti come i commandos di un piano delle multinazionali per depredare le laboriose genti del nord, con la complicità  della politica romana. Umori neri che risentono del fiato corto che la Lega comincia a mostrare proprio sul suo territorio – prima che negli scandali del Cerchio magico: dalle elezioni politiche del 2008 a quelle amministrative del 2011, a Vigonovo, Lega e Pdl hanno perso il 20% dei consensi e Zacchinato ha superato solo per un pugno di voti il candidato del centrosinistra (34% contro 31%, terzi i grillini al 12%). Ma umori comunque diffusi e sintomatici. La Cna locale denuncia un centinaio di chiusure aziendali a fronte di un aumento della produzione complessiva: «Chi ha fatto quelle scarpe in più? Chi permette il proliferare di laboratori cinesi mentre le nostre imprese chiudono?». Con la crisi è nata l’Associazione dei terzisti tomaifici veneti (la proliferazione delle sigle segnala che il collasso della rappresentanza dilaga oltre la politica) per «difendere il lavoro locale». Sostiene «che l’80% delle scarpe della Riviera non viene dalla filiera artigianale regolare ma dall’estero o da imprese cinesi irregolari in Italia». 
Fibrillazioni forti, qui sul tranquillo Brenta. Come se non bastassero le tante crisi, le cronache locali sottolineano le retate antiprostituzione dei carabinieri (prestazione cinese, clientela italiana), i blitz della Guardia di Finanza nei laboratori clandestini (lavoro cinese, committenti multinazionali). L’agitazione è tanta. Al fondo, il problema è che il distretto non esiste più. O non è più quello di prima, è mutato, ha aperto dei vuoti al suo interno e si è un po’ sparso nel mondo. Ora lo chiamano «dislargo» o «dislungo», curiosi neologismi per dire che la concentrazione sul territorio non è più così densa e il legame con il luogo è evaporato lungo «il sentiero degli schei». Che è difficile da seguire con precisione, pieno com’è di salti nel vuoto, fughe, ritorni. Anche di mondi che sembrano fermi nel tempo, come quello che ritroviamo nella casa-laboratorio della famiglia Vanzo, nella campagna di Vigonovo. Eravamo venuti qui quindici anni fa e tutto sembra rimasto come allora, anagrafe a parte. Nel tinello di casa gli stessi tavoli di lavoro su cui i fratelli Vanzo tagliano le pelli con piccoli coltelli. Quel che conta, per loro, è la manualità , esattamente come quindici anni fa: ci vogliono anni per apprenderla – a loro l’ha insegnata il padre che ha passato 37 anni in un calzaturificio «quando si faceva tutto lì» – e questo li mette al riparo dalla concorrenza dei cinesi, «che non vogliono perdere tempo a imparare, perché devono essere subito produttivi», spiega Sandro, titolare dell’azienda. 
Decidono tutto i «grandi»
In questa casa di campagna – come in tante altre simili – inizia la storia di scarpe che poi verranno vendute a 200-250 euro. Esattamente come ai tempi della nostra prima visita i due fratelli ricevono la pelle dal committente (Louis Vuitton, Yves Saint Laurent e dintorni), la tagliano (dai 50 ai 100 pezzi al giorno ciascuno) e la rivendono. L’abilità  delle loro mani è decisiva («non sprecare nulla delle pelli da tagliare, saperne evitare i difetti, essere veloci») ma non decidono nulla del loro lavoro, neanche la gestione del tempo: «Si va a stagioni, settimane da dodici-quattordici ore al giorno, altre da cinque-sei, dipende dalle commesse». E dal committente, i grandi gruppi che con il potere del marchio stabiliscono tutto, a partire dal prezzo: «Ribassano anche fino al 15%, se ti va bene ok, se no vanno altrove». La ditta Vanzo fattura 55.000 euro l’anno, tolte le tasse significa due stipendi da operaio specializzato. Come il padre che lavorava in fabbrica. Vuol dire che al mondo non è cambiato nulla in questi cinquant’anni? «Devi studiare di più – rimprovera Sandro – perché si continua a far soldi col lavoro degli altri ma il modo è cambiato, cambia continuamente, ha tante variabili. Da casa nostra le pelli tagliate spariscono in qualche laborantorio di cucitura, può essere qui vicino o a migliaia di chilometri di distanza. Poi possono tornare per continuare il montaggio in una stessa fabbrica come quella che Louis Vuitton ha aperto qui vicino, a Fiesso. Oppure arrivare già  finite e bisognose solo del marchio da apporre, una piccola etichetta che vale tanto, che da un costo di 60/80 euro le fa vendere a 200-250 nei negozi targati Armani, Gucci, Fendi, Dior. Qui a Padova o in SudAmerica. Decide chi controlla tutto il giro».
Ecco che come emerge il «dislungo» (o «dislargo») dalla descrizione di Sandro Vanzo: la gestione di un processo di selezione destinato a intensificarsi con la crisi economica. Però ha ragione il nostro amico tagliatore di pelli, dobbiamo «studiare di più». Alla ricerca di nuove prove andiamo verso nord, dal Brenta alla valle del Piave. Su, su, schivando imprenditori padovani o trevigiani in fuga verso l’Austria, arrivaremo nel bellunese, tra Agordo e il Cadore. Lasciamo le scarpe per seguire un altro «sentiero degli schei», quello degli occhiali, nel mondo targato Luxottica.


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