L’angoscia nelle tende «Preghiamo che finisca»

NOVI DI MODENA (Modena) — «La nostra torre è stata brava, ha resistito fino alla fine. Pensi che ci ha dato l’ora fino all’ultimo istante. La campana era stata legata perciò non suonava più ma ogni volta che scattava l’ora noi sentivamo il tic del meccanismo che in sé funzionava ancora». Dondi Beniamino racconta tutto questo seduto su una sedia che in linea d’aria sarà  200-300 metri dalla Torre dell’Orologio. O meglio: dalle macerie che restano di quel simbolo della città  di Novi. 
Manca poco a mezzanotte ma come Beniamino non c’è nessuno, qui, che ha voglia di andare a dormire. Sono tutti sgomenti, preoccupati, spaventati, abbattuti dallo sconforto. Un’altra scossa, un’altra spallata alle sicurezze di tutti. Lungo Viale Di Vittorio, la strada che porta in piazza Primo Maggio (dov’era la Torre) arrivano a gruppetti sparsi. Guardano il vuoto in fondo alla via e scuotono la testa. 
Enrico Ascari dice che «stavamo giocando a carte qui fuori, in mezzo alla via, perché siamo tutti sfollati dalle nostre case e dormiamo nella tenda lì davanti. All’improvviso abbiamo visto l’asfalto che si muoveva, è bastato alzare gli occhi e si è vista la Torre cadere giù». È successo tutto in un due-tre secondi. Qualcuno ha provato a scattare un’immagine con il telefonino, «ma non si vede niente, soltanto un nuvolone di polvere». 
«La scossa è stata così forte che non si riusciva a stare seduti. Sembrava che la terra volesse andarsene da sotto i piedi. Una paura così non si può raccontare» prova a spiegare Antonio Castiello, 54 anni, anche lui sfollato dalla via Di Vittorio e accampato sotto una tenda.
Si respira un’aria di disfatta fra la gente che arriva fino allo sbarramento della vigilanza urbana. Come se adesso si fosse autorizzati ad aspettarsi di tutto. Un signore che non vuole dire come si chiama ci tiene a dire che «la nostra Torre si è comportata come un vero novese», è stata in piedi anche se era stanca e ferita, è rimasta lì ad aspettare l’esecuzione, la scossa mortale.
Renato Lugli, 52 anni, vive a 500 metri dalla Torre. «La scossa l’ho sentita sì, ma io tendo all’ottimismo, quindi il mio spavento è stato contenuto. Era il simbolo di questo paese», dice, «in questi giorni vederla così malandata e che però teneva botta e non voleva mollare era un dispiacere enorme. Piangeva il cuore, peggio di così non si poteva». 
C’è chi racconta che «prima è crollata lei e poi è arrivato il terremoto», chi si arrabbia perché «siete qui soltanto per la Torre. E gli umani?» E c’è chi si dispera: «Che angoscia, preghiamo che finisca: quando finirà ?». Remo Bonatti, 49 anni, è arrivato con la moglie per venire a dirlo direttamente agli agenti municipali: «Qui siamo noi ad avere bisogno di aiuto, dopo arrivano i monumenti». Alle telecamere che riprendono il vuoto dice: «Per favore, fateci un grosso favore: parlate di Novi, degli sfollati, del Paese che muore. Perché nessuno lo fa?». 
Sua moglie se la prende: «Qui siamo sull’orlo del burrone tutti quanti. E viene Napolitano giovedì… cosa viene a fare? Va bene soltanto se viene a portare soldi e aiuti, come ha fatto il console pachistano che è venuto qui a portare denaro alla sua comunità  per farla risollevare. A noi serve aiuto, cercate di capirlo».
«Siamo tutti sfollati, ma stiamo bene. Non ci sono feriti, solo due malori» prova a rassicurare i suoi cittadini il sindaco Luisa Turci. Ma sentirsi al sicuro, da queste parti, sarà  impossibile per un bel po’.


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