L’unione bancaria di Draghi

Mario Draghi rassicura sull’immediato, ma lancia l’allarme per il futuro. Il presidente della Bce, di fronte all’Europarlamento nelle vesti di capo del nuovo Comitato europeo di rischio sistemico, ha rassicurato affermando che la Bce «eviterà  il bank run», almeno per quanto riguarda «le banche solvibili», ma per il futuro prossimo ha incitato i paesi della zona euro a «chiarire il progetto» perché la Bce non può sostituire la mancanza di iniziativa. «La Bce può colmare il vuoto dovuto alla mancanza di azione dei governi nazionali sulle questioni strutturali?», si è chiesto Draghi. «La risposta è no». I paesi della zona euro devono chiarire cosa vogliono: «Come sarà  l’euro tra qualche anno? Quale è la vostra visione dell’Unione europea?». Per Draghi, «prima avverrà  la precisazione, meglio sarà ». Questo chiarimento sarà  «il migliore contributo alla crescita» che i paesi dell’eurozona possono dare. 
La zona euro è di nuovo entrata in una zona di fortissime turbolenze. La Grecia è sospesa al voto del 17 giugno e la Bce ha dovuto arginare in questi giorni la frana di quattro banche elleniche, che sono state prima sospese poi reintegrate nelle operazioni di politica monetaria, grazie a una ricapitalizzazione di 18 miliardi attraverso il Fesf, il fondo salva-stati. 
Adesso l’incendio ha raggiunto Madrid. La Spagna, anche se il primo ministro Mariano Rajoy sostiene di non voler farlo, potrebbe dover chiedere l’assistenza della Ue e dell’Fmi, con la conseguenza di essere messa sotto tutela. Stando agli esempi di Grecia, Portogallo e Irlanda, siamo all’inizio della fine, con tassi di interesse che si avvicinano al 7-8%, il punto di non ritorno. Le banche spagnole crollano sotto cattivi crediti per 180 miliardi e non possono più finanziare l’economia.
Il presidente del consiglio Mario Monti, di fronte al mezzo flop dell’emissione di Bot, con tassi superiori al 6% a dieci anni senza aver potuto raccogliere il massimo previsto, lancia appelli a Francoforte. Ma Draghi risponde che la Bce non può tutto e che è arrivata l’ora delle decisioni per i governi della zona euro. La risposta potrebbe prendere il nome di «unione bancaria». Qualche mese fa, i paesi dell’eurozona avevano respinto l’ipotesi di istituire dei fondi comuni di garanzia, ma poi Monti è tornato alla carica al G8, sostenuto dal presidente francese Franà§ois Hollande. Al Consiglio europeo del 28 e 29 giugno, la Commissione europea presenterà  delle proposte concrete a favore di «un’unione bancaria destinata a rafforzare la solidità  e la solidarietà  europea». Una mossa per «completare l’unione monetaria», nei fatti un passo avanti importante, se verrà  realizzato, verso l’unione di bilancio. Hollande sembra sostenere questa ipotesi, anche se non prenderà  posizione prima delle legislative del 10 e 17 giugno, per evitare polemiche con la forte percentuale di francesi che diffida dei trasferimenti di sovranità  verso Bruxelles. 
Unione bancaria significa spezzare il legame, oggi avvelenato, tra le banche, che hanno in cassaforte troppi Bond pubblici di dubbia qualità , e gli stati, che sono obbligati ad intervenire per salvare le banche in crisi, rischiando il contagio tra stati che crollano uno dopo l’altro come un castello di carte (Grecia, Irlanda, Portogallo, ora Spagna, con l’Italia nel mirino).
La manovra sarebbe di trasferire la responsabilità  a un’istanza superiore, l’Unione europea, sia per il controllo che per l’eventuale ricapitalizzazione. Ma questo implica andare verso un’unione di bilancio, cioè un Tesoro europeo. La Commissione propone di istituire un sistema di protezione dei depositi a livello dell’eurozona, come ha chiesto più volte Monti. Dovrebbe poi essere riformato il sistema di soluzione delle crisi bancarie, mentre oggi il Fesf e domani il Mes non possono aiutare direttamente le banche ma devono passare per gli stati (imponendo, in contropartita, l’austerità ). Ci sarebbero più controlli centralizzati a Bruxelles sulle banche presenti in vari stati e la regolamentazione bancaria dovrebbe convergere nella zona euro.
Angela Mekel è reticente. «Sono tappe che necessitano una modifica dei trattati – ha detto ieri – ma non siamo ancora a questo punto». Merkel ha solo concesso un «non ci sono tabù» per la discussione. Ma il tempo stringe. Jens Weidman, alla testa della Bundesbank, ammette la necessità  di «nuove deleghe di sovranità ».


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