Nel Paese disegnato con il righello il destino dei Palestinesi

Il Giordano segna il confine tra Israele e il Regno di Giordania, ma è ormai soltanto un ruscello. Mentre attraverso su un autobus il ponte di Allenby (oggi ponte di re Hussein) riesco appena a intravedere il filo d’acqua che scorre nel mezzo di una fitta vegetazione. Se avessi potuto passare il confine a piedi, lo avrei scavalcato con un salto. Ma le procedure per uscire da un Paese ed entrare nell’altro non durano, nella migliore delle ipotesi, meno di un’ora. La Giordania ha rinunciato a qualsiasi pretesa sulle terre a occidente del fiume, ha firmato con Israele nel 1994 un trattato di pace e lo ricorda ai viaggiatori, nella palazzina del valico, con una grande fotografia in cui Hussein, sorridente, accende la sigaretta di Rabin, premier israeliano nella fase che precedette l’accordo e suo grande amico. Ma i due Paesi sono ancora afflitti da uno stesso problema: la questione palestinese. Quelli che vivono in Israele e nei territori occupati sono circa 5 milioni, quelli della Giordania tre milioni e mezzo, vale a dire più della metà  della popolazione. Per capire quale importanza questi dati abbiano nelle relazioni fra i due Paesi e nella politica interna della Giordania, occorre fare un passo indietro.
La Giordania non è uno Stato storico. Nacque dopo la Grande guerra quando Winston Churchill dovette compensare lo sceriffo della Mecca per l’aiuto che la sua famiglia aveva prestato alla Gran Bretagna nella guerra contro l’Impero ottomano. Dopo avere dato la Mesopotamia al figlio Feisal, gli inglesi ritagliarono per il fratello Abdullah una terra, al di là  del Giordano, che era allora prevalentemente abitata da tribù beduine. Se darà  un’occhiata alla carta geografica della regione, il lettore scoprirà  che il confine del Paese con l’Arabia Saudita è tracciato con il righello, ma piega improvvisamente prima verso ovest poi verso est lasciando un vistoso spicchio alle tribù wahhabite di Ibn Saud. Quello spicchio viene popolarmente chiamato il singhiozzo di Churchill e la leggenda vuole che il grande uomo di Stato britannico, quel giorno, avesse bevuto un bicchiere di troppo.
Passano più o meno trent’anni e la Transgiordania, come si chiamava allora, conquista, alla fine del mandato britannico, i territori a ovest del Giordano e i quartieri storici di Gerusalemme. Da quel momento il regno cambia nome, diventa Giordania ed è più palestinese di quanto fosse in precedenza. Passano altri vent’anni e la Giordania perde nella guerra del 1967 i territori conquistati nel 1948, ma ospita un gran numero di rifugiati ed è ancora, quindi, in buona parte, uno Stato palestinese. Quasi tutti i cittadini sono arabi, ma per i giordani dell’est, abitanti del Paese da tempi immemorabili, i nuovi arrivati sono un corpo estraneo, una minaccia alle loro tradizioni e alla loro identità . La crisi scoppia nel settembre del 1970 quando re Hussein decide che la lealtà  dei giordani dell’est è necessaria alla sopravvivenza dello Stato. Continua a ospitare i rifugiati, ma caccia dal Paese, dopo scontri sanguinosi, le milizie di Arafat e la dirigenza politica di Al Fatah. Il problema parrebbe politicamente risolto se qualche uomo politico della destra israeliana non dichiarasse ancora, di tanto in tanto, che il miglior modo per risolvere il problema dei territori occupati sarebbe la trasformazione del Regno giordano in uno Stato palestinese dove tutti gli arabi soggetti all’amministrazione d’Israele avrebbero finalmente una patria. Dopo la cacciata di Arafat re Hussein ha tranquillizzato i giordani dell’est concedendo ai loro clan posizioni dominanti nella funzione pubblica, nell’esercito e nella polizia. Ma nulla li preoccupa quanto il pensiero che il problema possa venire risolto sulla loro testa e a loro spese.
La questione è stata ulteriormente complicata dalla politica economica del re negli ultimi anni e dalle rivolte arabe. Per i «beduini», come vengono ancora impropriamente chiamati, Abdullah, figlio di Hussein e nipote del primo Abdullah, presenta due inconvenienti. Ha una moglie bella, intelligente e ambiziosa, ma palestinese. Ha fatto una politica di privatizzazioni che ha consentito al capitale internazionale di entrare in alcuni settori importanti dell’economia nazionale: fosfati, potassio, elettricità , i servizi marittimi del golfo di Aqaba. Per il giovane re questa è una mossa necessaria alla modernizzazione del Paese. Per i giordani dell’est il sovrano sta vendendo la loro terra, la loro patria. Le critiche sono diventate ancora più frequenti quando le privatizzazioni non hanno dato i risultati sperati. Oggi, in un quadro economico peggiorato dalla crisi europea e americana, il debito pubblico rappresenta l’80% del Prodotto interno lordo, il disavanzo è al 9,5% e il governo, dopo avere utilizzato la Banca centrale nei limiti previsti dalla legge, si è indebitato con le banche per una somma corrispondente alla metà  dei loro depositi. Non è tutto. La Giordania ha lungamente vissuto di gas egiziano importato grazie al gasdotto che riforniva contemporaneamente Israele. Oggi l’Egitto non riesce a controllare il Sinai e il gasdotto è stato più volte boicottato da gruppi islamisti. Il boom edilizio degli scorsi anni non è ancora terminato e Amman è piena di cantieri, ma la disoccupazione ha toccato il 12,5%. Le numerose dimostrazioni degli scorsi mesi e un lancio di pietre nello scorso giugno contro il corteo reale a Tafillah, un centro «beduino» del sud del Paese, dimostrano che anche la Giordania ha avuto la sua primavera araba e dovrà  rispondere alla protesta popolare con alcune riforme costituzionali. Sarà  questo l’argomento del prossimo articolo.


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