Rapporto sui diritti globali. Dal debito privato al debito pubblico

La Grecia è solo l’ultimo dei tentativi di utilizzazione della shock economy. L’analisi tratta dal Rapporto sui diritti globali 2012, un importante strumento arrivato al suo decimo anno di edizione.

Rassegna.it Sergio Segio • 21/6/2012 • Rapporto 2012, Recensioni 2012 • 1386 Viste

Dieci anni di diritti. Dieci anni di conquiste e di passi indietro. È la fotografia che ci offre il Rapporto sui diritti globali, giunto alla sua decima edizione, del quale proponiamo un estratto nel testo che segue. Il rapporto, curato da Sergio Segio, è un volume unico a livello internazionale per ampiezza dei contenuti e per capacità  di lettura e anticipazione, che propone una lettura dei diritti come interdipendenti.

La domanda principale di questo periodo è se ci si trova davanti a una crisi di aggiustamento, una delle tante crisi di distruzione e crescita del capitalismo, o se ci si trova di fronte a una crisi di trasformazione, e quindi di metamorfosi, del capitalismo stesso e della sua attuale forma dominante, il finanzacapitalismo.
L’epicentro della crisi finanziaria si è spostato dagli Stati Uniti all’Europa, dal sistema delle banche a quello degli Stati, aggredendo il debito pubblico come simbolo del welfare state e non degli sprechi corporativi. Forse facciamo fatica a realizzarlo, ma le immagini degli scontri in Piazza Syntagma ad Atene e quelle degli assalti ai camion che distribuiscono patate per mangiare, ci dicono che siamo in guerra. Del resto, le immagini simboliche e ammonitrici della Grecia sono quelle di un Paese bombardato.
La Grecia è solo l’ultimo dei tentativi della scuola di Chicago, che ha dominato negli ultimi trent’anni il mondo con le teorie del neoliberismo corporativo, di utilizzazione della shock economy: produrre catastrofi politiche o utilizzare catastrofi naturali, come è accaduto in Cile nel 1973 o con l’uragano Katrina a New Orleans nel 2005, per poter ridisegnare il mondo secondo gli schemi della “tabula rasa” su cui si possono scrivere gli algoritmi di un liberismo corretto dagli interessi corporativi delle lobby più forti (Klein, 2007).
Nella provincia italiana, il tentativo è stato portato avanti attraverso la politica dell’emergenza affidata senza alcun controllo alla Protezione civile diretta da Guido Bertolaso, all’interno della quale rientrava non solo il compito di ricostruire il territorio dopo i disastri naturali, ma anche quello di costruire le strutture per eventi sportivi, meeting internazionali, interventi a carattere arbitrariamente straordinario.
Nel momento più acuto della crisi finanziaria del 2008, quasi tutti gli economisti del mainstream hanno riscoperto John Maynard Keynes. Non solo i pochi keynesiani tollerati a fatica a fronte delle entusiasmanti performance dei Chicago boys che si erano limitati fino ad allora a usare le armi di distruzione di massa sulle periferie dell’Impero, ma anche la miriade di neoliberisti convertiti alla necessità  degli interventi di Stato per salvare le grandi banche che si erano messe nei guai da sole.
Si è trattato di una conversione durata lo spazio di un mattino, in quanto, subito dopo l’estremamente costosa messa in sicurezza degli istituti finanziari, i teorici del neoliberismo hanno ripreso a coprire il mondo con le loro equazioni impossibili. Le nuvole dense di pioggia si sono nel frattempo spostate dagli Stati Uniti all’Europa, un continente che aveva costruito nel tempo, con forme più o meno solide di welfare pubblico, un sistema di anticorpi parzialmente resistente al virus letale delle ricette del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale.
Ma tra il 2010 e il 2011 le principali istituzioni internazionali, dalla Commissione Europea alla Banca
Centrale Europea, dopo un lungo lavorio interno hanno ceduto di schianto alle sirene delle
deregolamentazione selvaggia, della distruzione dello Stato sociale, dell’attacco al lavoro salariato. La
loro consapevole azione si è diretta contro gli anelli più deboli della catena per farne un nuovo laboratorio
delle diseguaglianze. Keynes dunque è stato abbandonato nonostante avesse dimostrato già  alla fine
degli anni Venti che le economie capitalistiche possono precipitare in una trappola di persistente
stagnazione, da cui è difficile uscire se non grazie a significativi interventi pubblici di diverso tipo e natura.
Così, ha finito per prevalere ancora l’idea che lo Stato non è una risorsa, ma un problema, oltre tutto
pieno di debiti. In ambito europeo si sono presi dunque alla lettera i principi di una politica economica che
è convinta di poter lavorare a una nuova crescita attraverso la recessione, che è come dire voler rendere fertile un terreno
disseminandolo di diserbante.
Un po’ diversa è la situazione negli Stati Uniti, dove l’Amministrazione presieduta da Barack Obama, anche per obiettivi urgentemente
elettorali come la diminuzione significativa del tasso di disoccupazione, nel 2011 ha immesso liquidità  per 447 miliardi di dollari per
sostenere l’economia, dopo l’intervento con il piano di stimolo fiscale da 787 miliardi di dollari nel momento più acuto della crisi,
attraverso la riduzione della pressione fiscale sui redditi da lavoro, l’impulso per nuovi e migliori posti di lavoro, il finanziamento di
progetti infrastrutturali, tra i quali sono da considerare prioritari non solo i ponti e le strade, ma anche i programmi per la scuola e le
attrezzature scolastiche.
Finora la vittima designata delle politiche economiche europee, fatte di contrazione della spesa pubblica, di diminuzione dei salari e
delle pensioni, di liberalizzazione del mercato del lavoro, di privatizzazione dei beni pubblici, di aumento della tassazione sui redditi e
delle imposte indirette, è stata la Grecia. Il problema è che cosa accadrà  dopo la Grecia, il cui popolo, con una sanzione esemplare, è
stato ridotto alla fame. Lo spettro della crisi si aggira infatti per tutta l’Europa, anche nei Paesi che si sentono al sicuro: del resto, è
evidente che le ricadute del default greco non possono essere circoscritte all’interno dei confini nazionali.
Appare imbarazzante poi come tra le istituzioni internazionali e i media ufficiali non si possa ancora dire del fallimento già  avvenuto
della Grecia, ma si possa solo parlare di rischio di fallimento per uno Stato che alla fine del 2011 conosce un debito pubblico oltre il
160% del Prodotto Interno Lordo, un rapporto tra deficit e PIL al 9,6%, un PIL in diminuzione del 5,5% su base annuale e del 7% nel
quarto trimestre, un tasso di disoccupazione oltre il 20%, una riduzione del 22% dei salari minimi con la scusa di dover accrescere la
competitività .
Il problema però va oltre la Grecia e riguarda più da vicino gli Stati ai quali sono state dettate le stesse ricette che hanno portato al
default greco: Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia, ma non solo. Per loro, ma per l’Unione Europea in generale e per l’eurozona in
particolare, la questione è come uscire dalla crisi. La linea tenuta finora è stata quella di mettere sotto controllo debiti pubblici che non
avevano mai suscitato particolari allarmi, contribuendo a farli lievitare; di intervenire sui sistemi di welfare, in particolare sulla
previdenza; di imporre ai governi nazionali manovre recessive a sempre più alta intensità . In altri termini, fino a questo momento si è
fatto di tutto per aggravare la crisi, non per uscirne.

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