Damasco, la città  sotto assedio “Ogni giorno tuonano le bombe noi circondati dalla battaglia”

DAMASCO â€” «Buongiorno Damasco »: è il saluto fra l’amaro e l’irriverente scambiato in città  dall’inizio degli évenements â€” eufemismo per la Battaglia di Damasco lanciata dai ribelli dieci giorni fa, con focolai che ancora ardono nelle periferie. Vuol dire tutto e il contrario: «Significa che a ogni nuova alba ci affacciamo sull’ignoto in attesa di quel che verrà », dice l’ingegnere Khaled. «E’ un punto interrogativo esistenziale: nessuno di noi avrebbe mai immaginato tutto questo, che si combattesse a Damasco come ai tempi del mandato francese, né ha una risposta alla domanda: “che sarà  di noi?”».
Già , come sarà  la giornata? La sveglia è data di primo mattino dal tuono di una cannonata, seguito da una salva di altri tre. “
Shu? Cos’è stato?”, s’alza una tempesta di domande e di telefonate; soprattutto «dov’è stato?». La risposta, da qualche giorno, da quando le forze regolari hanno ripreso il controllo dei quartieri cittadini, è «in periferia»: Qabun, Harasta, Barzeh e, più lontano, Douma, popolosi borghi a Nord Ovest della capitale. E ancora: le zone rurali dietro a Mezzeh di fianco all’arteria stradale che corre verso l’aeroporto, Daraya, Mouadamiyeh, a Sud: una collana di città -satellite dove proseguono gli scontri, a intermittenza.Fino a mezzogiorno le armi tacciono. Damasco, la metropoli di 4 milioni di abitanti, riprende fiato.
Le strade si riempiono dello strombazzare dei clacson.
Si sollevano le saracinesche dei negozi. I siriani tirano fuori la loro aria da “prussiani”, come li definiva Kissinger, alacri e indaffarati. All’apparenza tutto è normale: ordinato, pulito. La presenza delle truppe militari è discreta.
Basta, però, esercitare lo sguardo per scoprire che nulla è più come prima.
E’ vero, nonostante le difficoltà , nella capitale c’è un’espressione di grande dignità : non si vedono per la strada mendicanti, come in altri Paesi arabi. I camerieri degli alberghi, contenti di rivedere l’ospite straniero, restituiscono la mancia schermandosi con il sorriso. E le stanze degli hotel sono per oltre la metà  affittate. Ma non da turisti, gli ospiti sono siriani. Sfollati da quartieri e città : una moltitudine in movimento da Homs, Qusayr, Midan. A seconda di dove i combattimenti sono stati o si fanno più intensi, si alternano, tra chi cerca rifugio e chi torna a casa.
Muhammad abita a Midan. E’ scappato con la famiglia, dice, «quando sono arrivati i musallahin, gli uomini armati». Una parte del quartiere è in macerie dopo i giorni più sanguinosi della battaglia. Rivoluzionario della prima ora — «un anno ero anch’io fra i dimostranti» — si è inasprito: «Adesso che gli uomini armati hanno sequestrato la nostra rivoluzione, no, Not good», insiste. «Quei musallahin non erano dei nostri: sono venuti dal Rif», dalle campagne circostanti. «Perché venire fra le nostre case, a farsi scudo di noi?».
Come Muhammad, anche Mirna fa parte della “moltitudine silenziosa” dei grandi agglomerati urbani e che non prende posizione, stretta fra il regime e un’opposizione che, a loro avviso «non dà  garanzie. Voi occidentali non capite», s’inalbera la signora. «Qui non si tratta più del presidente. L’esercito, la bandiera, il Paese non sono suoi. Sono nostri. In gioco è il nostro futuro, di noi come popolo, nazione».
Mirna è di Homs, può pagare l’albergo «con i risparmi messi da parte», dice. I proprietari hanno aperto le porte a un prezzo simbolico. Altri familiari sono ospiti da zii e cugini in città . «Nel 2006, durante la guerra del Libano, abbiamo dato casa e cibo a oltre un
milione di libanesi in fuga dai bombardamenti. Adesso tocca a noi. Però, mi dica, secondo lei, come andrà  a finire?», Mirna ripete l’eterno dilemma. Lo stesso interrogativo rispunta nella chiesa francescana di Sant’Antonio, dove padre Gabriel Jesus officia la Messa, e quando a mezzogiorno tuonano di nuovo due bombe, lui alza gli occhi al lampadario appeso sopra l’altare per misurare dall’oscillazione l’intensità  e la distanza dello scoppio. I fedeli lo imitano. Fra i banchi c’è un folto gruppo di filippine. Terminata la funzione, si baciano e si abbracciano fra le lacrime. Molte sono in partenza: 136 volano via in giornata su un aereo messo a disposizione dal governo di Manila.
Fuori della chiesa, l’eco delle esplosioni s’è spento. Damasco torna ad affettare normalità . E tuttavia il quadro è trasparente. Al mercato di Cha’lan, il più frequentato del centro, i banconi espongono frutta e verdure — melanzane e zucchine già  svuotate pronte a essere farcite, montagne di prezzemolo già  tritato per il tabulè — ma i prodotti sono soltanto di stagione, coltivati in Siria, e la clientela non s’affolla più. Il panettiere Jamil è corpulento, il profumo del pane integrale per cui va famoso satura la via, ma molti scaffali sono vuoti: «Che vuole, si fa quel che si può», alza le spalle. Alcuni giorni il pane scarseggia, spiega, perché viene dirottato verso le zone dove i forni restano chiusi per gli scontri. I prezzi subiscono delle impennate, secondo il corso del cambio con il dollaro. Era 150, è balzato a 200, ora si è stabilizzato attorno a 169, e i costi sono relativamente scesi. Da qualche parte, però, gli affari vanno a gonfie vele. Ad esempio, alla farmacia Jameaa di via Port Said gli acquirenti non si fanno aspettare. Non soltanto perché non c’è penuria di medicina-li, fabbricati in Siria, ma anche perché i damasceni, agitati da tanta incertezza, fanno incetta di ansiolitici: «Lexotan, Dormopium, Domid», elenca la dottoressa al bancone. «Lo Xanax è sparito: veniva dall’estero». E proprio di fronte, superato il cavalcavia, restano aperte le vetrine di Ghraoui, da oltre un secolo il confettiere più celebre del Medio Oriente, fornitore di case reali europee. La sua cioccolata è stata premiata a Parigi “la migliore al mondo”. E poi, si sa, combatte lo stress: carica di procianidine, stimola uno stato di calma e di serenità , una sorta di euforia.
S’avvicina il tramonto, la capitale si svuota. I profughi negli alberghi ordinano la cena nelle stanze. Si fanno invisibili, chiusi a gruppi di famiglie. Nel salone d’ingresso, il monumentale lampadario ottomano che proiettava arcobaleni attraverso i prismi di cristallo sulla fontana in basso, è spento. Si risparmia sul generatore: l’erogazione di energia elettrica è interrotta per due ore al giorno. Le vistose ucraine che ogni sera cantavano al bar, accompagnate dal pianista, sono partite. Nel giardino, le aiuole sono verdi, i cespugli di bosso ben sagomati, i lampioni illuminati, ma sulle pedane dove le notti d’estate pulsava la musica assordante della danza debke, non sguscia un gatto. Damasco scivola nel silenzio. Alla ricerca della proverbiale sfera di cristallo che le predica il futuro.


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