Egitto, la Clinton dai generali la folla la contesta: “Provocazione”

Già  il tono di Hillary Clinton, al suo primo viaggio al Cairo dopo l’elezione del presidente Mohamed Morsi, un Fratello musulmano nuovo di zecca in 80 anni di storia egiziana, non era piaciuto a certe opposizioni: la sua arringa in difesa dei valori democratici era parsa stonata a giornalisti, commen-tatori, twitterati, memori della profonda amicizia più volte professata fra i Clinton e Mubarak, il dittatore. E già  gran parte dei cristiani copti — e tra questi anche il magnate degli affari Naguib Sawiris — aveva rifiutato l’incontro con il Segretario di Stato americano, sospettando il favoritismo di Washington verso i nuovi potenti, gli islamisti, a scapito delle minoranze religiose e dei partiti laici, libertari. Non erano piaciuti nemmeno i sorrisi e le strette di mano con il capo della Giunta mi-litare, il maresciallo Mohamed Hussein Tantawi — «una provocazione», disapprovano i critici — dopo un colloquio durante il quale s’era discusso degli aiuti economici profusi dagli Stati Uniti all’Egitto — 1, 3 miliardi di dollari l’anno — del processo di pace fra israeliani e palestinesi, e della preoccupazione americana per l’instabilità  nella penisola del Sinai, proprio a ridosso di Israele.
Ma che toccasse proprio alla Clinton di sentirsi gridare quell’invettiva «Erhal», «Vattene», scagliata per settimane all’indirizzo di Mubarak da Piazza Tahrir, questo non era affatto previsto. Proprio mentre il convoglio di automobili ufficiali trasportava l’inviata di Obama verso il consolato americano di Alessandria, appena riaperto, una folla di dimostranti ha improvvisato lanci di pomodori e di scarpe contro le berline blindate. Di più: al suo passaggio si sono alzati cori oltraggiosi di «Monica, Monica», dal nome fin troppo famoso della Lewinsky, stagista che rischiò non solo di far naufragare il matrimonio dell’ex First lady, ma anche la presidenza di Bill Clinton. Eppure il Segretario di Stato, nei due giorni trascorsi fra il “terreno minato” del nuovo Egitto, aveva tentato di destreggiarsi tra le profonde rivalità  politiche, religiose e ideologiche che lacerano il panorama sociale affiorato dalla rivoluzione
del 25 gennaio. Più volte lei si era dovuta difendere dalle accuse di chi credeva di intravedere il sostegno della Casa Bianca dietro a questo o quel candidato: «Voglio chiarire una volta per tutte che gli Stati Uniti non si immischiano, in Egitto, nella scelta di chi debba vincere o debba perdere». Ma nell’incontro con il Fratello musulmano, ora presidente Morsi, molti egiziani hanno visto il sigillo dell’America all’uomo asceso al potere grazie al sostegno della Casa Bianca. «Eh già , non sono loro a dover vivere sotto i Fratelli musulmani», ripetono i giovani rivoluzionari su Twitter. E continuano a incolpare l’America. «Questi sono affari egiziani», dice Emad Gad, ex deputato parlamentare: «Il segretario di Stato, appunto, non s’immischi».


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