Individuato il kamikaze di Burgas giallo su un documento americano

È un giallo l’identità  del terrorista che ha fatto saltare in aria un bus carico di turisti israeliani in Bulgaria. Su di lui ci sono solo delle immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza dell’aeroporto. Nel video si vede che scalpita. Osserva il cartellone elettronico con i voli in arrivo, procede verso i controlli di sicurezza, torna ancora sotto il cartellone.
Per i servizi Usa, israeliani e bulgari che hanno formato un team d’indagini, è l’autore dell’attentato contro cinquanta turisti israeliani. Si è fatto esplodere quando erano saliti tutti a bordo: si è presentato davanti
alla porta d’ingresso del mezzo e ha attivato il detonatore. Ha ucciso sei persone: cinque israeliani e un bulgaro che era alla guida. Un’ora prima si aggirava attorno ai bus in attesa. E’ stato incerto fino all’ultimo: forse voleva piazzare l’esplosivo nel bagagliaio. Ma qualcosa non ha funzionato e ha scelto, alla fine, di saltare in aria. Aveva addosso una patente falsa. E’ intestata a Jacques Felipe Martin, residente a Baton Rouge, Michigan. In una via, ad un numero civico, dove non c’è nessuna casa ma uno casinò: «La Belle».
L’intelligence è perplessa. Sa solo che è stato lui ha far saltare in aria il bus. I suoi atteggiamenti, la sua ansia nell’attesa, il fatto che abbia girato attorno ai mezzi in attesa dei turisti non lascia dubbi. Ma chi è in realtà  questo ragazzotto con la faccia avvolta da una sottile peluria, bermuda maglietta e cappellino, lo zaino in spalle, che tutti scambiano per un normale giramondo? Le impronte digitali raccolte dalle dita mozzate dall’esplosione sono state spedite negli Usa. Il data base della Cia conferma che il nome della patente non esiste. Non è segnalato. E’ inventato. Le notizie filtrano a fatica. Sono confuse. Le autorità  bulgare forniscono pochi dettagli. Devono badare alle critiche che cominciano a piovere da tutto il mondo.
La falla nella sicurezza e nei controlli all’aeroporto mettono in difficoltà  l’intelligence di Sofia. Israele accusa di nuovo l’Iran. Anzi, precisa che il mandante è Hezbollah. Il potente partito sciita libanese. Con la regia di Teheran che lo sostiene da sempre. Sui siti israeliani esce un nome. Sarebbe la vera identità  dell’attentatore. Si chiamava Mehdi Ghezali, 25 anni, cittadino svedese con genitori algerini e finlandesi. Un passato di tutto rispetto: detenuto a Guantanamo dal 2002 al 2004, studi coranici in una madrassa
della Gran Bretagna. Nuova cattura, nel 2009, in Afghanistan con altri 13 combattenti stranieri. Il nome fa il giro del mondo. Ma arriva anche una smentita. Secca e molto imbarazzata. Doppia. Da parte della Bulgaria e della Svezia.
L’attentatore non ha nulla a che fare con Mehdi Ghezali. «Diffondere nome e cognome con tanto di profilo e storia personale è una grave scorrettezza », aggiunge piccato il ministro degli Interni bulgaro. Ma le smentite sono una prassi nella guerra che serpeggia tra Iran e Israele. Tace il Mossad. Se il premier Benjamin Netanyahu si espone in modo così forte contro Teheran e il suo braccio armato in Libano vuol dire che gli hanno fornito prove solide. E’ un giallo. L’ennesimo di questa strage ancora tutta da spiegare.


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