La battaglia per Damasco

La battaglia per Damasco è cominciata. O almeno questo dicono i segnali giunti da diverse fonti mentre proprio oggi, venerdì, scade il mandato della missione di osservatori delle Nazioni unite in Siria. E’ il team, 300 uomini, che doveva monitorare l’applicazione del piano di pace negoziato da Kofi Annan: ha potuto solo constatare il susseguirsi di violenze sui civili. Nessuno si aspetta che il loro mandato sia rinnovato. E non è chiaro quali saranno i prossimi passi della diplomazia: ieri al Consiglio di sicurezza la Russia e la Cina hanno opposto il loro veto a una risoluzione, sponsorizzata dalla Gran Bretagna, che avrebbe imposto sanzioni al regime di Bachar al Assad per non aver applicato quel piano in 6 punti, negoziato dall’ex segretario generale dell’Onu, che doveva portare a un governo di unità  nazionale siriana – e che nessuna delle parti ha davvero rispettato.
Il giorno dopo l’attentato alla sede della Sicurezza nazionale siriana, che ha ucciso tra gli altri il ministro della difesa e il capo dei servizi (cognato di Assad) in un attacco finora senza precedenti al cuore del regime stesso, ieri sono circolate con insistenza voci che lo stesso presidente Assad avesse lasciato Damasco. Sarebbe stato il segno della disfatta imminente: e per smentire queste voci la Tv di stato e l’agenzia di stampa ufficiale Sanaa hanno trasmesso senza sosta foto del presidente che insedia il nuovo ministro della difesa, il generale Fahd al-Freij, in quella che sembra una delle sale del palazzo presidenziale. Dunque Assad sarebbe sempre al suo posto. Anche l’esercito tiene a far sapere che non ha perso il morale e resta in controllo della situazione, e ieri ha diffuso la seconda dichiarazione in due giorni per dire che resta determinato a «ripulire la patria dai gruppi terroristi armati» che la stanno insanguinando.
Tra le voci circolate ieri con insistenza, quella che il presidente fosse andato a Latakia, la città  portuale di origine del clan Assad. Sembra invece che parte della famiglia sia in effetti volata nella cittadina portiale: in particolare la madre e la moglie del presidente, probabilmente per assistere al funerale del cognato Assef Shawkat, capo di fatto dei servizi segreti – vittima dell’attacco del giorno prima.
Ieri sono continuate a circolare notizie di combattimenti in alcuni sobborghi a nord di Damasco. La fonte è di parte: il Syrian Observatory for Human Rights, organismo di oppositori siriani con sede a Londra. Dice che per il quinto giorno ci sono stati combattimenti nel distretto di Qaboun, e che gli abitanti cercano di mettersi in salvo andando via. Il New York Times cita attivisti raggiunti a Damasco: dicono che le autorità  hanno chiesto agli abitanti di due sobborghi meridionali, Tadamon e parti di Yarmouk, di andarsene: sarebbe il segno che le forze governative si preparano ad attaccare. Altri attivisti confermano. Difficile sarere quale sia la situazione reale sul terreno, ma se queste notizie saranno confermate è davvero la battaglia per Damasco. 
L’impressione che una precipitazione sia imminante è accentuata dallo stallo del Consiglio di sicurezza. Dopo il veto russo e cinese, l’ambasciatore francese all’Onu Gérard Araud ha avuto parole di accusa: «La storia proverà  che hanno torno, e le giudicherà ». L’ambasciatore russo Vitaly Churkin ha ribattuto accusando alcune nazioni di «alimentare il conflitto nel Consiglio di sicurezza». «La bozza di risoluzione in voto era squilibrata. La minaccia di sanzioni era rivolta solo al governo della Siria». Così l’ambasciatore cinese: quella risoluzione cercava di porre pressione su solo una delle parti del conflitto. Sembra destinato a restare vano, a breve, l’auspicio lanciato ieri dal maggiore generale Robert Mood, capo degli osservatori Onu in Siria: «Per la salvezza dei siriani, serve una efficace leadership del Consiglio di socurezza e di unità  su un piano politico che sia accettato dalle parti».


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