Libia, il fronte laico della primavera così le tribù hanno fermato gli islamisti

by Editore | 10 Luglio 2012 8:35

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Da alcune ore la rissosa, indisciplinata, corrotta società  beduina, dispersa in un deserto posato su un mare di petrolio, frantumata in tribù, in clan, in famiglie armate fino ai denti e assetate di vendette spesso ereditate da sconosciuti antenati, quella società  abbrutita per quasi mezzo secolo dal delirio di Gheddafi, e per questo giudicata impreparata e quindi inaffidabile, ha impartito una lezione di democrazia al vicino grande Egitto e all’altrettanto vicina ed educata Tunisia. E, fatto straordinario, la Libia musulmana ha fermato l’ondata islamista che ha inondato i Paesi arabi liberatisi dall’oppressione dei rais. A Tripoli, a Bengasi, sembra essersi aperta una breccia laica. 
Ma si può parlare sul serio di una Libia laica? Sarebbe esagerato. Per ora è un’impressione. Forse un’illusione. Domani potrebbe essere una delusione. I risultati sorprendenti usciti dalle urne fanno lavorare le fantasie. Una Libia liberale? La definizione è azzardata. Diciamo: moderata. Anche perché espressioni come “laico” o ” liberale” possono suonare come insulti nei momenti di tensione, a Tripoli o a Bengasi. Parlare, in generale, di moderazione è già  rischioso, perché nonostante la saggezza dimostrata dagli elettori (saggezza elogiata dal presidente degli Stati Uniti e dal segretario generale dell’Onu), resta che le città  e villaggi allineati lungo la costa mediterranea sono imbottiti d’armi, perché le tribù insorte contro Gheddafi, e poi decise a far valere i loro diritti di liberatori e le aspirazioni secessionistiche, hanno deposto mitra e bazooka, lasciandoli a portata di mano. Non si sa mai. 
Affidandosi ai risultati parziali, non contestati dagli sconfitti, l’Alleanza delle Forze nazionali in cui l’ex primo ministro provvisorio Mahmud Jibril ha raccolto, con una pazienza da marabutto, una quarantina di partiti, avrebbe conquistato la maggioranza degli 80 seggi della futura Assemblea riservati ai partiti, sui 200 disponibili. I 120 restanti saranno suddivisi tra i candidati individuali, ma non dovrebbero rivoluzionare il risultato finale, poiché il controllo dei partiti si estenderebbe anche ai cosiddetti indipendenti. Comunque, nell’attesa di conoscere le cifre definitive e ufficiali, si deve rilevare la calma con cui il Paese sta accogliendo la notizia (non confermata ma strombazzata) del successo dei moderati. E quindi della sconfitta degli islamisti. Nessuna seria contestazione. Roba da anglosassoni.
Mahmud Jibril è nato a Bani Walid, sessant’ anni fa. È stato un collaboratore di Gheddafi. Ma chi non lo è stato nei quarant’anni di regime? Ha studiato Scienze politiche ed economiche al Cairo, poi ha ottenuto un master all’Università  di Pittsburgh in Pennsylvania, dove è rimasto anche come professore. Cominciata la rivolta di Bengasi, nel 2011, è stato primo ministro del governo provvisorio. Quando dicono di lui che è un laico, Jibril si arrabbia. Replica pronto di essere più musulmano dei baciapile che gridano ai quattro venti la loro fede islamica. Lui recita le cinque preghiere quotidiane e rispetta il digiuno durante il Ramadan. I parenti, gli amici, i conoscenti, i vicini di casa possono testimoniarlo. E quando sarà  venuto il momento di legiferare lui si ispirerà  alle leggi coraniche, ma anche alle altre, estranee alla religione, e indispensabili in una società  moderna. 
Il principale compito di Jibril è di tenere unito il Paese, con sei milioni di abitanti dispersi su una superficie che è cinque volte quella italiana. Ha già  invitato all’unità , prima ancora che la sua Alleanza venga proclamata vincitrice delle elezioni; ed è probabile che sia stato lui a suggerire di togliere al Parlamento il compito di designare l’Assemblea costituente; un’idea sorprendente ma geniale poiché ha disinnescato la protesta secessionista della Cirenaica e del Fezzan. Queste due regioni, storicamente gelose della supremazia della Tripolitania, minacciavano rivolte (e non è mancata qualche protesta violenta a Bengasi) perché dei 200 seggi del Parlamento 100 erano stati destinati a Ovest, alla Tripolitania, 60 a Est, alla Cirenaica, e 40 a Sud, al Fezzan. La supremazia tripolina avrebbe dunque pesato anche sui lavori dell’Assemblea costituente. La decisione che quest’ultima sarà  eletta a parte, e che sarà  composta da 20 deputati per ciascuna regione ha calmato gli animi. 
Il professor Mahmud Jibril ha il vantaggio di appartenere alla più grande tribù libica. È un Warfalla; e i Warfalla sono circa un milione; un libico su sei è un Warfalla. La tribù è dispersa. Non occupa un territorio. È presente in gran numero a Tripoli, ma anche a Bengasi e nelle città  della costa. I Warfalla sono sempre stati numerosi a Bani Walid, dove Jibril è nato. Molti Warfalla hanno fatto carriera, in tutti campi. Economia, banche, commercio, professioni liberali. Hanno frequentato università  straniere. Hanno occupato posti decisivi nel vecchio regime. Hanno servito Gheddafi, garantendogli una solida base popolare; e l’hanno osteggiato, con complotti puntualmente falliti. Si sono spesso divisi sulla questione. A riunirli ha contribuito la tenace ostilità  di alcune tribù. Ad esempio quella di Misurata.
Il forte inurbamento della popolazione ha cambiato i valori della tribù, e la sua stessa natura. La società  del petrolio si è ridisegnata. Ma è certo che le prime vere elezioni democratiche hanno risvegliato vecchie alleanze e solidarietà . Sulle quali ha potuto contare Mahmud Jibril. Lasciando il Paese senza una società  civile, senza partiti, senza associazioni, se non quelle legate al potere, Gheddafi ha favorito una certa sopravvivenza dei legami tribali. Dei quali gli islamisti non hanno potuto usufruire. Da qui forse la loro sconfitta. 
Sul Partito della giustizia e della ricostruzione, emanazione politica dei Fratelli musulmani, pesava e pesa il lungo ambiguo rapporto tra la Confraternita e Gheddafi. Quando il matematico Ghannouchi, il leader islamista di Tunisi, è andato a Tripoli a sostenere i Fratelli musulmani, non ha trovato uomini che, come i tunisini, avevano fatto decenni di prigione, oppure, come gli egiziani, che avevano tessuto una fitta rete di scuole e di ospedali. I libici avevano meno radici. 
Pare non abbia avuto maggior fortuna Abdel Hakim Belhadj, fondatore e capo di Al Watan. Partito islamista che non ha raccolto molti voti. Belhadj è stato un grande jihadista: è stato con Bin Laden in Afghanistan, nelle prigioni della Cia e in quelle di Gheddafi. Poi è stato uno dei primi capi ribelli a entrare a Tripoli, quando il regime è crollato. Gli avevano procurato le armi americani e francesi, che ormai si fidavano di lui e lo rispettavano come guerrigliero. A non fidarsi troppo di lui sono stati i tripolini andando alle urne.

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