L’Italia-P2 e l’Argentina dei generali

E allora perché parlarne ancora, tornare a rimestare su quel tempo, rivangare il passato? Primo perché, come hanno insegnato proprio le indomabili Madri e Nonne argentine della Piazza di Maggio, senza memoria del passato non c’è presente o futuro per una democrazia minimamente degna di questo nome; secondo perché il «terrorismo di stato» di allora è sempre dietro l’angolo, forse non più nelle forme oscenamente esplicite e feroci impiegate dai Videla e Massera ma certo in quella che Naomi Klein ha chiamato «shock economy » e che Claudio Tognonato (argentino di nascita trapiantato e laureato in Italia, sociologo e docente all’università  Roma Tre, e da anni valoroso collaboratore del manifesto ), nel libro di cui stiamo parlando, traduce nella formula «promuovere il caos per suscitare poi la necessità  di riprestinare l’ordine». E qui, basta guardare (cominciando dall’Italia di Monti-Napolitano) gli effetti della crisi economica globale in termini di welfare, diritti sociali e politici, condizione di lavoro, per capire che non si parla più di eventi di 40 anni fa, ma di oggi. Il terzo punto che rende attualissimo il volume «Affari nostri – Diritti umani e rapporti Italia-Argentina 1976-1983», curato da Tognonato, edito dalla Fandango (20 euro) – è che «analizzare i rapporti fra l’Italia e l’Argentina negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso significa imbattersi con le trame della Loggia P2». Licio Gelli, appunto, e Ortolani, Calvi, Sindona, lo Ior vaticano e, i politici della prima repubblica – Andreotti, Forlani, Colombo, Craxi … -, addentrandosi quindi nei meandri di quei misteri italiani mai risolti e che ancora in questi giorni arroventano le polemiche. Mai risolti, tanto meno rispetto alle trame internazionali della P2, che la stessa Relazione finale della Commissione parlamentare d’inchiesta diretta da Tina Anselmi, riconosce di aver trascurato sia per le difficoltà  dei riscontri sia per (evidenti) ragioni politiche, incitando i posteri, se possibile, a riprendere quel filone. Troppe le connivenze, le complicità , i lati oscuri, i silenzi dei governi e dei politici italiani di allora rispetto al genocidio che stava avvenendo in Argentina per opera dei militari (molti dei quali affiliati alla P2) e che, nonostante la congiura del silenzio (a cominciare dal Corriere della sera nella sua deriva piduista), era sotto gli occhi di tutti. La gente spariva nel nulla, fra loro molti italiani, e l’establishment politico-economico-mediatico (con l’onorevole eccezione del presidente Pertini) e, per troppo tempo, anche quello vaticano con Paolo VI e Giovanni Paolo II, non vedeva e non sentiva. Altro che diritti umani. Realpolitik – nel senso «filo-atlantico e anti-comunista» di Gelli – e business as usual. L’ambasciatore Enrico Carrara faceva blindare le porte dell’ambasciata di Buenos Aires, le industrie italiane private e pubbliche (a cominciare da quelle delle armi come la Finemeccanica) facevano affari d’oro (boom dell’interscambio fra il ’79 e l’80, si documenta nel libro). Il lavoro di Gelli fu, in questo senso, eccellente ed efficace. Come eccellente ed efficace è il quadro che i vari apporti del volume offrono per gettare una luce su un (altro) capitolo della storia recente del nostro paese di cui non possiamo andare fieri.


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