Obbligati a tutelare la città 

«È stato un provvedimento molto sofferto. Ma è bene chiarire una volta e per tutte che la magistratura si è mossa solo per rispondere al dettato costituzionale che impone l’obbligatorietà  dell’azione penale. Non c’era altra possibilità  di scelta». Questo l’incipit del procuratore generale presso la Corte di Appello di Lecce, Giuseppe Vignola, che nella conferenza stampa svoltasi ieri presso il comando provinciale dei carabinieri di Taranto, ha affiancato il procuratore di Taranto Francesco Sebastio, all’indomani del provvedimento del gip Patrizia Todisco che ha disposto il sequestro di sei reparti a caldo del siderurgico tarantino e ha ordinato l’arresto per otto dirigenti della Ilva.
Parole forti quelle di Vignola, che ha voluto mettere in chiaro come quella messa in atto è un’indagine a tutto campo, tesa a stabilire «che i morti determinati dagli inquinanti a Taranto, a Brindisi o a Lecce meritano rispetto, lo stesso, della Thyssen, di Marghera, di Genova. I nostri non sono morti di serie B. Sono persone, operai e cittadini che hanno lo stesso diritto costituzionalmente garantito di vedersi tutelati. E visto che sono stati e vengono a tutt’oggi colpiti anche i bambini, noi non potevamo non agire». Per questo motivo, il gip, ha scritto nero su bianco che lo stop alle acciaierie deve essere immediato «a doverosa tutela di beni di rango costituzionale come la salute e la vita umana che non ammettono contemperamenti, compromessi o compressioni di sorta». Perché, ricorda sempre il gip, «la salute e la vita umana sono beni primari dell’individuo, la cui salvaguardia va assicurata in tutti i modi possibili». 
Dunque «non si potrà  mai parlare di inesigibilità  tecnica o economia quando è in gioco la tutela di beni fondamentali di rilevanza costituzionale, quali il diritto alla salute, cui l’art. 41 della Costituzione condiziona la libera attività  economica». Anche perché chi ha diretto lo stabilimento, doveva operare «salvaguardando la salute delle persone», adottando «tutte le misure e utilizzando tutti i mezzi tecnologici che la scienza consente, al fine di fornire un prodotto senza costi a livello umano». Cosa che non è stata fatta. D’altronde, i reati di cui sono accusati a vario titolo i gestori e proprietari dell’Ilva, il patron Emilio Riva, suo figlio Nicola ex presidente del siderurgico, Luigi Capogrosso ex direttore dello stabilimento, Marco Andelmi capo area parchi, Angelo Cavallo capo area agglomerato, Ivan Dimaggio capo area cokerie, Salvatore De Felice capo area altoforno e Salvatore D’Alo capo area acciaieria 1 e 2, parlano chiaro: disastro ambientale doloso e colposo, getto e sversamento pericoloso di cose, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici. 
E proprio perché siamo di fronte ad un’inchiesta senza precedenti, Vignola ha chiarito come essa «si estenderà  anche ad altre industrie inquinanti: Cementir, Agip o Eni e poi a Brindisi». Ma questo riguarda il futuro. Perché arresti e sequestro di oggi, hanno motivazioni precise: il Gip Todisco lo ha chiarito nel dispositivo di oltre 600 pagine. «Chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato nell’attività  inquinante con coscienza e volontà  per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza». Perché come ha spiegato a supporto di tale tesi il procuratore Vignola, mentre di giorno l’Ilva «rispettava» le prescrizioni imposte, la notte avveniva tutt’altro: testimoniato «dalla eloquente e impressionante documentazione filmata e fotografica del Noe sul reparto agglomerato», che ha dimostrato come di notte «venivano fuori dai camini le nubi contenenti polveri sottili. 
Parole che riprendono quanto scritto nel dispositivo del Gip, che a tale riguardo parla di «accertamenti e risultanze emersi nel corso del procedimento», che hanno «denunciato a chiare lettere l’esistenza, nella zona del tarantino, di una grave e attualissima emergenza ambientale e sanitaria, imputabile alle emissioni inquinanti, convogliate, diffuse e fuggitive, dallo stabilimento Ilva». La cui gestione, prosegue il Gip, è stata «sempre caratterizzata da una totale noncuranza dei gravissimi danni provocati», con un impatto «devastante sull’ambiente e sui cittadini che ha prodotto un inquinamento che ancora oggi provoca disastri nelle aree più vicine allo stabilimento». 
La parola è poi passata al procuratore di Taranto, Franco Sebastio. Che ha voluto fare chiarezza sulle tante inesattezze diffusesi nelle ultime ore, dopo la notifica dei provvedimenti del Gip. Per prima cosa, un passo indietro nella ricostruzione dello sviluppo dell’inchiesta: «da parte della difesa dell’azienda – non è stata espletata fino ad oggi alcuna concreta attività  difensiva. Ad esempio, nessuna controperizia che contestasse le relazioni tecniche». Lo stesso Sebastio, poi, chiarisce che il sequestro non è stato eseguito, ma soltanto notificato.. Tecnicamente parlando, infatti, il provvedimento di sequestro degli impianti sarà  applicato una volta che avrà  superato l’esame del tribunale del riesame, che si occuperà  del caso venerdì 3 agosto. 
Nel frattempo, l’impianto non chiuderà . Il procuratore ha poi espresso un suo personale desiderio: «Voglio vedere se finalmente si può arrivare ad una conclusione positiva e accettabile, non perfetta ovviamente, in relazione ad una attività  di controllo che la magistratura ha iniziato 30 anni fa».
La prima sentenza contro l’ex Italsider è infatti datata 14 luglio 1982.


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I soldi dell’avanzo Inail – «tesoretto» utilizzato normalmente per i passivi di bilancio dello Stato e raramente a favore degli infortunati – nell’attuale legge di stabilità è stato in parte usato per le aziende: sono stati riconosciuti sconti a quelle più virtuose sulla sicurezza, pari a 1 miliardo nel 2014, 1,1 miliardi nel 2015 e 1,2 miliardi nel 2016.

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