Pressing per l’intervento a Damasco

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L’occidente aumenta le pressioni su Russia e Cina, perché il piano firmato di Ginevra il 30 giugno scorso dalle grandi potenze del «Gruppo di azione sulla Siria» (comprese Mosca e Pechino) venga attuato e permetta una transizione politica a Damasco senza Assad. Ieri, 107 paesi erano rappresentati alla riunione di Parigi degli «Amici della Siria», accanto a oppositori del regime, la maggior parte personalità  che vivono in esilio, ma anche alcuni usciti clandestinamente dal paese. L’occidente fa esplicito riferimento al «capitolo VII» della Carta delle Nazioni unite, che prevede la possibilità  di mettere a disposizione dei mezzi militari. Per Hillary Clinton, «è necessario investire il Consiglio di sicurezza ed esigere la messa in atto del piano firmato a Ginevra da Cina e Russia, prendendo in considerazione le conseguenze nel caso di non rispetto da parte del regime siriano di questa risoluzione, ivi compreso il capitolo VII». Il ministro degli esteri francese, Laurent Fabius, che ha chiuso la riunione, ha invitato a un’«adozione urgente di una risoluzione del Consiglio di sicurezza» e ha fatto esplicito riferimento al «capitolo VII». Per Fabius, «il signor Assad deve abbandonare il potere: prima sarà , meglio è». 
Franà§ois Hollande ha aperto i lavori, dopo un minuto di silenzio per ricordare le migliaia di vittime della repressione del regime di Assad, rivolgendosi a Russia e Cina che, per due volte, hanno bloccato una risoluzione del Consiglio di sicurezza: «A chi sostiene che il regime possa permettere di evitare il caos, voglio dire che avremo sia il peggior regime che il caos». Per la Francia, non si tratta di invocare un diritto di ingerenza in un paese sovrano, ma di intervenire perché la crisi rischia di diventare regionale. 
Fabius ha spiegato la posizione: Russia e Cina «ci chiedono: ‘cosa succederà  dopo?’ Sottinteso: ci sarà  disordine. Ma non c’è più grande disordine di quello in atto oggi in Siria. Ci dicono anche: nessuna ingerenza negli affari interni. Ma questo conflitto ha oltrepassato ampiamente la questione interna, sia per ragioni di dignità  della persona umana sia per la destabilizzazione della regione. Ci annunciano anche di non voler perdere influenza nella regione. Ma noi obiettiamo che è proprio sostenendo il regime che rischiano di perderla». Fabius sarà  a Pechino la prossima settimana e spera di riuscire a far muovere i cinesi, «abbiamo qualche elemento per convincere Russia e Cina della fondatezza delle nostre posizioni», assicura.
L’occidente punta alla risoluzione Onu, mentre nel mondo arabo c’è ci vorrebbe agire anche senza il via del Consiglio di sicurezza. La posizione del Qatar, che aveva partecipato alla guerra in Libia dando così una cauzione «araba» all’intervento occidentale, è molto estremista: Doha chiede «un risultato, ottenuto anche senza il Consiglio di sicurezza. Cosa faremo se lo status quo continua? Le belle parole non bastano, bisogna prendere decisioni importanti». 
La riunione di Parigi è una nuova tappa nel complicato cammino della costruzione di un’opposizione credibile e il più possibile unita al regime di Assad. L’obiettivo sarebbe arrivare alla composizione di un governo di unità  nazionale, il più possibile rappresentativo. Ma siamo ancora lontani. Al Cairo, il 3 e 4 luglio, su iniziativa della Lega Araba c’è stata una lunga riunione delle forze anti-Assad, ma non è venuta fuori nessuna posizione chiara. Il richiamo al capitolo VII da parte dell’occidente va incontro alle posizioni più dure del fronte anti-Assad e risponde alla domanda di chiarificazione sul testo di Ginevra che a una parte degli oppositori era sembrato troppo ambiguo sulla sorte del leader del regime siriano. L’appello al capitolo VII significa anche che l’occidente ha voltato pagina rispetto al piano di Kofi Annan, il cui mandato scade il 20 luglio. 
Sul fronte interno siriano ci sono novità . Ieri, Fabius ha confermato che era in viaggio per Parigi il generale Manaf Tlass, amico di infanzia di Bachar al-Assad e comandante di un’unità  di élite, che ha scelto la defezione e si è rifugiato in Tuchia assieme a 23 altri ufficiali. Per Assad è un brutto colpo, perché Tlaff è l’erede di una potente famiglia, alleata del regime degli Assad. Il padre è stato dal ’72 alla morte, nel 2000, ministro della difesa del padre del dittatore siriano.


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