Via la tredicesima. Scontri a Madrid

Piano piano, il campo di battaglia si svuota: i duecento minatori e le loro famiglie abbandonano il Paseo de la Castellana, l’arteria che taglia verticalmente il centro di Madrid, per salire sui pullman che li riporteranno a Nord, nelle gallerie delle Asturie, o a Est, verso le regioni carbonifere di Aragona e Castiglia e Leon. Hanno perso, e lo sanno.
Per tre settimane hanno marciato attraverso mezza Spagna, 400 chilometri a piedi, accolti spesso come liberatori (dalla popolazione) e talvolta come disturbatori (dalla polizia). Ma la preoccupazione principale del ministero dell’Interno spagnolo era che la «marea negra», affiorata dalle viscere della terra per riversarsi furibonda sulla capitale, si saldasse con il movimento degli «indignados» e si sognasse di accamparsi alla Puerta del Sol. Migliaia di madrileni aspettavano i minatori al chilometro zero della città , acclamandoli come i «campeones» della nazionale di calcio dopo gli Europei, per una notte che è sembrata quasi di festa, in confronto alla guerriglia del giorno dopo. 
Le transenne davanti al ministero dell’Industria hanno chiarito subito che non ci sarebbe stata discussione sulla decisione del governo (in realtà  imposta dall’Unione Europea) di tagliare i sussidi al settore minerario: il 63% in meno quest’anno, da 301 a 111 milioni di euro, in vista dell’inesorabile azzeramento degli aiuti entro il 2018.
Il carbone non serve più, almeno quello spagnolo, troppo caro rispetto a quello d’importazione, magari sudafricano, e i sindacati hanno capito che non si tratta di una fase critica, ma di un’eutanasia: l’industria mineraria spagnola, con i suoi 8 mila posti di lavoro, e altri 30 mila di indotto, è destinata a sparire, come una goccia nel mare della disoccupazione nazionale, oramai arrivata al 24,44 per cento della popolazione attiva.
I tafferugli sono iniziati prima ancora dell’arrivo del corteo dei minatori, quando un gruppo di giovani manifestanti, aggregati alla protesta, ha cercato di rimuovere le transenne, scatenando la prima reazione della polizia. Tra lanci di oggetti, sassi e petardi, cui gli agenti hanno risposto con violente cariche, manganellate e proiettili di gomma, il mezzogiorno di fuoco davanti al ministero dell’Industria, sulla Castellana, si è concluso verso le 14 con 76 feriti (42 manifestanti, 33 poliziotti e un fotografo) e otto arrestati, nessuno dei quali però è minatore. Nuovi scontri si sono verificati in serata intorno a Plaza del Sol: nove gli arresti.
In tarda mattinata, il capo del governo, Mariano Rajoy (Pp), annunciava la manovra da 65 miliardi di euro (da risparmiare nei prossimi due anni e mezzo), che lascerà  senza tredicesima, il prossimo Natale, i funzionari e dipendenti pubblici, pur aumentando il loro carico di lavoro con la limitazione dei permessi sindacali e dei riposi retribuiti. Tra le misure introdotte c’è l’aumento dell’Iva, dal 18 al 21% (come in Italia), la soppressione delle agevolazioni fiscali sui mutui per la casa, il taglio ai nuovi sussidi di disoccupazione, che diminuiranno del 10% a partire dal sesto mese di iscrizione alle liste di collocamento (finora erano calcolati sul 60% dell’ultima retribuzione). Il premier ha esordito in parlamento chiedendo «comprensione» per la dura stangata che si preparava ad annunciare e che include sacrifici anche per la classe politica, con la riduzione del 30% delle poltrone dei consiglieri negli enti locali e un taglio del 20% ai finanziamenti ai partiti.
Da Bruxelles è arrivata una nota di approvazione mentre i sindacati spagnoli ancora non parlano di scioperi, ma annunciano una giornata di «mobilitazione» per il 19 luglio.


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