“De Mauro fu ucciso per lo scoop su Mattei”

PALERMO â€” Nessun colpevole per l’omicidio del giornalista Mauro De Mauro. Ma per i giudici che hanno assolto l’unico imputato del processo, Totò Riina, il movente è chiaro: il cronista de L’Ora, sequestrato sotto casa il 16 settembre 1970 e mai più ritrovato, sarebbe stato ucciso per le indagini che stava conducendo per conto del regista Francesco Rosi sul caso Mattei. A “tradire” De Mauro sollecitando l’intervento dei boss di Cosa nostra sarebbe stato un uomo del quale il giornalista si fidava: l’ex dirigente dell’Eni ed ex senatore dc Graziano Verzotto, morto due anni fa a Padova. Il fallito golpe Borghese, dunque, non c’entrerebbe nulla con la scomparsa del giornalista siciliano. Così la pensano i giudici della Corte d’assise che hanno depositato 2.200 pagine di motivazione della sentenza con cui hanno assolto Riina. «La causa scatenante della decisione di procedere al sequestro e all’uccisione di Mauro De Mauro fu costituita dal pericolo incombente che stesse per divulgare quanto aveva scoperto sulla natura dolosa delle cause dell’incidente aereo di Bascapè, violando un segreto fino ad allora impenetrabile e così mettendo a repentaglio l’impunità  degli influenti personaggi che avevano ordito il complotto ai danni di Enrico Mattei, oltre a innescare una serie di effetti a catena di devastante impatto sugli equilibri politici e sull’immagine stessa delle istituzioni ». I giudici della corte presieduta da Giancarlo Trizzino hanno dato una lettura univoca delle contrastanti deposizioni di collaboratori di giustizia e testimoni ascoltati durante il lunghissimo processo». Il giornalista avrebbe dunque pagato lo scoop sulla morte del presidente dell’Eni, Mattei, simulata da incidente aereo nei pressi di Pavia il 27 ottobre 1962. «La natura e il livello degli interessi in gioco — scrivono i giudici — rilanciano l’ipotesi che gli occulti mandanti del delitto debbano ricercarsi in quegli ambienti politico-affaristicomafiosi su cui già  puntava il dito il professor Tullio De Mauro (fratello del giornalista) nel 1970. E fa presumere che di mandanti si tratti e non di una sola mente criminale ». I giudici indicano senza mezzi termini Verzotto come uno dei mandanti e aggiungono che De Mauro, che si fidava ancora di lui, avrebbe chiesto al dirigente dell’Eni le conferme che gli mancavano. «Verzotto — scrivono i giudici — non avrebbe potuto reggere ancora per molto il gioco sottile che lui stesso aveva innescato cercando di orientare l’indagine di De Mauro nella direzione a sé più conveniente… Bisognava agire al più presto prima che quegli elementi venissero portati a conoscenza di Rosi e diventassero di pubblico dominio ». Per sistemare la questione Verzotto si sarebbe rivolto ai suoi referenti in Cosa nostra, i boss palermitani Bontate e Di Cristina che già  non vedevano di buon occhio il giornalista per le inchieste sul business dell’edilizia. In questa “convergenza di interessi” De Mauro avrebbe trovato la sua tragica fine. Un delitto di mano mafiosa, il primo deliberato dalla commissione di Cosa nostra, secondo Tommaso Buscetta, ma non attribuibile a Totò Riina. Nel 1970 infatti i corleonesi non erano ancora “capi dei capi”.


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