Il tunnel dopo la luce Cina, Usa e Ue frenano

L’Europa continua ad essere il grande malato, ma a dominare il sentiment nella giornata di ieri sono stati tre dati negativi riguardanti le tre aree centrali dell’economia planetaria. Quello che ha convinto le borse a imboccare la via della «fuga dal rischio» è stata l’ultima in ordine di tempo, anche se forse non la più grave: le richieste settimanale di sussidio di disoccupazione, nell’ultima settimana, sono aumentate di 4.000 unità  (372.000) rispetto alla precedente. Un numeretto che assume un significato macro importante: l’economia Usa, che pure viaggia sopra l’1%, non crea nuovi posti di lavoro, nonostante i 7.700 miliardi di dollari – il 50% del Pil annuale – messi a disposizione dal governo Usa tra il 2008 e oggi.
È stato il colpo finale dopo la ferale notizia che in agosto la Cina, per il settimo mese consecutivo, ha registrato un rallentamento dell’attività  manifatturiera, a causa degli ordinativi in caduta libera oer i settori export oriented, in primo luogo verso gli Stati uniti. Naturalmente, quando si parla di Cina, bisogna prendere le parole con le molle: parlare di «rallentamento» per un’economia che è cresciuta del 7,6% nel secondo trimestre può sembrare folle. Ma è la peggiore performance registrata dal crack di Lehmann Brothers, tra la fine del 2008 e l’anno successivo. La banca centrale cinese ha già  provveduto ad avviare alcune operazioni di «stimolo», iniettando liquidità  nel sistema, ma è chiaro che la ancora forte dipendenza dalle esportazioni non può non produrre i suoi effetti quando questa crolla.
La seconda pessima nuova, altrettanto «sistemica» nei suoi effetti è arrivata dal Vecchio Continente. Non si tratta però dello spettacolo indecoroso offerto da una leadership finanziariamente forte quanto politicamente miope (i vertici tedeschi), ma dei duri numeri dell’«economia reale». L’istituto Markit ha reso noto che l’indice Pmi dell’eurozona, in agosto, è rimasto stazionario (a 46,6 punti) sotto la fatidica «soglia 50» che separa le prospettive di crescita da quelle di recessione. Tradotto in termini di Pil, significa che nel terzo trimestre ci si dovrà  attendere ancora un calo dello 0,5-0,6% nei 17 paesi che usano l’euro. recessione, insomma.
Ma il dato nuovo è che anche per la Germania – quantomeno nei servizi – l’indice ha fatto registrare una «contrazione inaspettata» (da 50,3 a 48,3 punti); mentre il manifatturiero è rimasto a 45,1 per il sesto mese consecutivo. Si tratta, ripetiamo, di un indice «anticipa» le tendenze analizzando gli ordinativi. Il Pil tedesco nel secondo trimestre 2012, infatti, è stato ancora positivo dello 0,3%, confermando un +1% annuo. 
Qualcosa di positivo, per la Germania, fortunatamente c’è: il bilancio dello stato ha segnato un surplus di 8,3 miliardi nel primo trimestre «grazie all’elevato attivo del sistema pubblico di protezione sociale» (il generoso welfare tedesco riesce a fare anche questo…). Mentre non è stato quantificato il risparmio ottenuto dai massimi rendimenti che Berlino paga per gli interessi sul debito pubblico, grazie allo spread enorme con tutti i titoli di stato dei partner nell’euro.
Le borse, si diceva, hanno perso tutte terreno: Milano è scesa dell’1,37%, Francoforte di un punto, Wall Street altrettanto (a due ore dalla chiusura).
Ma il punto più interessante viene dagli hedge fund, i fondi di investimento altamente speculativi che fanno spesso il bello e cattivo tempo sui mercati. Spiega la Cnn che «stanno scommettendo sul disastro». In pratica, stanno rastrellando liquidità , non investono quasi nulla e attendono. Cosa? Che la crisi del debito europea, oppure lo« shock fiscale» che Obama potrebbe decidere innalzando le tasse ai ricchi, oppure una brusca frenata cinese consegnino loro ghiotte possibilità  di shopping. Hanno accumulato grandi quantità  di munizioni. Le useranno.


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