L’allievo preferito di Schà¤uble impoverisce senza protestare

Per la Troika è la quinta volta a Lisbona. I dati non sono confortanti, ma, dal punto di vista dei pasdaran dell’austerità , neanche drammatici. Il clima è disteso, nonostante i 3 miliardi di buco nei conti pubblici non previsti. Insomma appare sempre più improbabile il raggiungimento entro il dicembre del 2012, del 4,5% di deficit. 
Qual è il quadro politico che si troveranno di fronte gli economisti di Unione Europea, Fondo Monetario e Banca Centrale? Tutto sommato le cose a Lisbona stanno procedendo bene, anzi, secondo il ministro dell’economia tedesco Philipp Rà¶sler ciò che il governo di José Passos Coelho sta facendo dovrebbe essere preso a mo’ di esempio dalla «pestifera» Grecia. Da un punto di vista economico le cose non stanno andando benissimo; sì, certo, le esportazioni aumentano, lo abbiamo già  visto, e le importazioni diminuiscono. Però se andiamo a vedere cosa effettivamente il Portogallo esporti, forse, c’è di che rimanere perplessi. 
Due i prodotti che maggiormente hanno influenzato lo scorso trimestre l’aumento delle esportazioni: oro (+84%) e derivati dal petrolio (+26%). È un paradosso perché il Portogallo non ha né miniere né pozzi! E quindi? Semplice, il consumo interno di benzina diminuisce drasticamente e quindi la Galp, proprietaria della Petrogal, vende all’estero quello che una volta vendeva in casa. Per l’oro il discorso è più o meno lo stesso: una fitta rete di «compro oro» e la crisi dei bilanci familiari fa sì che le vere miniere siano le tasche vuote dei portoghesi, un po’ a causa dell’aumento della disoccupazione, ora al 15%, un po’ dalla riduzione dei già  bassissimi salari/stipendi, in media 808 euro. Così ci si arrabatta come si può, quasi si fosse in guerra, e quello che viene raggranellato lo si vende all’estero.
Più che le esportazioni, a influire sulla bilancia dei pagamenti è la drastica riduzione delle importazioni che, pur colpendo tutti i settori, si concentra in particolare su «materiali di trasporto e altri accessori» (-27%, da 2 miliardi circa a1 e mezzo), ma anche prodotti alimentari (-2,2%) e prodotti industriali di vario genere e tipo (-6,7% da 4,5 miliardi a 4 circa). Dopotutto il consumo interno di prodotti alimentari si è ridotto nell’ultimo anno di quasi il 3% (chissà  che non venga in mente a qualcuno di ripristinare la tessera alimentare).
Insomma, il Portogallo si mostra competitivo su alcuni settori, ma in sé il suo tessuto economico rimane antiquato. In prospettiva la situazione, per i cittadini, non può che peggiorare: perché a diminuire sono sia gli investimenti in beni durevoli che in istruzione. Questo è il primo anno dal 1974 che gli iscritti all’università  sono diminuiti; perché sono diminuite le borse di studio, maggiori sono le difficoltà  per le famiglie e più alte sono le tasse.
Così si prova a scaricare sui lavoratori tutto il costo di un sistema arretrato e, come ci ricorda Alvarodos Santos Pereira, il ministro dell’economia venuto dal Canada, la riforma del lavoro entrata in vigore il 1º di agosto porterà  auna riduzione netta dei salari del 5,23% attraverso tagli di giornate festive (4, 2 laiche e 2 religiose), meno giornate di ferie (da 25 a 22), riduzione della remunerazione delle ore straordinarie, riduzione del sussidio di disoccupazione e riduzione dell’indennizzo per licenziamento senza giusta causa, che passa da una compensazione di 30 giorni di salario a 20, per ogni anno lavorato.
Insomma, a trarne giovamento sarà  l’indice di disuguaglianza che, nel 2011 – ultimi dati disponibili – ci segnalavano come il 20% più ricco guadagnasse 5,7 volte più del 20% più povero, nel 2010 era il 5,6 e in Italia è al 5,2. 
Intanto il Pil registra ulteriori record negativi: -1,2% nell’ultimo trimestre, peggior risultato dal 2009, e una variazione di -3,3% su base annua. Non basta: da record è anche il tasso di inflazione, peggior dato dal 2004, 3,3% (come il Pil) e, quindi, anche gli affitti verranno ritoccati al rialzo del 3% (aumento che riguarda circa 650 mila aggregati familiari).
Economia di guerra in uno stato che, contrariamente a quanto accade in Grecia e, in parte, anche in Italia, si mostra solido e questo, ci sembra essere il punto vero di tutta la questione. Al momento, all’orizzonte dei cieli lusitani non sembrerebbe prospettarsi nessuna crisi e questo, paradossalmente, potrebbe salvare il Portogallo dal default, ma non i portoghesi dalla miseria. Ma, si sa, i due discorsi non sempre coincidono. Questo perché, giova ripeterlo, Vitor Gaspar, ministro delle finanze, sta facendo diligentemente tutti i compitini che gli sono stati prescritti; e lo fa, molto probabilmente, con una qualche forma di coordinamento con il ministero delle finanze tedesco. 
Altro punto sottolineato da Rà¶sler è il «consenso» che il governo ha saputo creare. Consenso non è la parola più appropriata, perché in realtà  i portoghesi sono semplicemente terrorizzati e al momento il dissenso non ha ancora assunto forme consistenti e questo è quanto basta a un’Europa che ha un’idea tutta sua di democrazia. 
Qualche scricchiolio però lo si intravede, e purtroppo la cosa non è confortante. Se da un lato a credere nella democrazia sono sempre in meno (negli anni novanta erano circa l’80% coloro che ritenevano la democrazia un regime preferibile a tutti gli altri, ora sono scesi al 56%), dall’altro nessuno si mostra disposto a votare partiti apertamente anti-sistema e così il dissenso si trasforma in apatia: e l’apatia in astensione che, nelle ultime elezioni legislative, ha raggiunto il tasso del 42% (il maggiore mai raggiunto). Però certo la sfiducia oramai non riguarda più i partiti al governo, ma il sistema politico nel suo insieme; e quando in politica si aprono degli spazi spesso succede che qualcuno se ne approfitti.
Dato il contesto, e a meno di un crollo generalizzato dell’economia e, quindi, dell’euro, è molto improbabile che la Germania lascerà  precipitare il suo alunno prediletto negli inferi nei quali sta ora bruciando la Grecia. La Germania sta già  aiutando il Portogallo a «riprendersi»; lo fa, ad esempio, aumentando la produzione, passata da 100 mila autovetture (Volkswagen) nel 2010 a 133 mila nel 2011 nello stabilimento di Palmela (produzione che rappresenta circa il 5% del totale delle esportazioni). Altri investimenti potrebbero essere fatti, sia come forma per premiare i paesi fedeli, sia per ridurre all’osso i costi, visto che un operaio portoghese costa in media 650 euro.
Il problema è sia economico che politico. Economico perché la Germania cerca la sua Cina in Europa; non gli servono paesi granché sviluppati, purché abbiano manovalanza a buon mercato tutto bene. Non servono grandi intelligenze, maestranze preparate, perché nello stabilimento portoghese si assembla ciò che è progettato da altre parti. Probabilmente interessano poco i livelli di deficit, di disoccupazione, povertà  o debito pubblico, perché in fondo questi dati sono un pretesto per imporre politiche favorevoli alla propria idea di Europa: un sud che produce e un nord che compra. E poi c’è un secondo aspetto che vale la pena tenere sempre a mente: politicamente chi sostiene un Europa basata sui precetti della più ortodossa interpretazione dell’ideologia monetarista, ha bisogno di un caso di successo e, apparentemente, sembrerebbe averlo trovato nel Portogallo. Tra qualche giorno sapremo come la pensano gli uomini della troika e quindi quali saranno le ricette per fronteggiare il «desvio orà§amental», credo non ci voglia molta fantasia: più austerità  e, forse, più tempo.


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