«L’Ilva ha scelto di inquinare»

Inutile cercare l’errore umano o una qualsiasi motivazione che possa in qualche modo rendere meno grave, se possibile, la tragedia provocata dall’Ilva. Semplicemente non ci sono. Anzi, tutto il contrario. L’inquinamento con cui lo stabilimento ha per anni avvelenato i quartieri più vicini, il centro storico di Taranto e Tamburi, sarebbe frutto di scelte deliberate messe in atto dai vertici dell’azienda che si sono succeduti nel tempo. Un «disastro» perpetrato «nel corso degli anni, sino a oggi» alla faccia dei limiti fissati dalla legge. Di più: una gestione «ad elevata potenzialità  distruttiva dell’ambiente», «tale da provocare un effettivo pericolo per l’incolumità  fisica di un numero indeterminato di persone». A scriverlo sono i giudici del tribunale del Riesame nelle motivazioni con cui il 7 agosto hanno confermato il sequestro «senza facoltà  d’uso» delle aree a caldo dello stabilimento, dando così ragione in pieno a quanto disposto dalla gip Patrizia Todisco che nella prima delle sue due ordinanze ha ordinato il blocco della produzione. E i giudici del Riesame spiegano anche il perché hanno deciso di confermare gli arresti domiciliari per Emilio Riva, Nicola Riva e Luigi Capogrosso, tre degli otto indagati. «Si profila il pericolo – scrivono – che lasciati in libertà  reiterino analoghi fatti delittuosi». Pericolo che invece non esiste per gli altri manager dell’azienda. 
È un vero atto di accusa nei confronti della più grande acciaieria d’Europa quello scritto dai giudici del Riesame. 124 pagine in cui si ricostruisce l’attività  dello stabilimento mettendo in luce i comportamenti illegali dei suoi dirigenti. «Hanno continuato a produrre massicciamente nella inosservanza delle norme di sicurezza dettate dalla legge e di quelle prescritte nello specifico dai provvedimenti autorizzativi», è scritto nelle motivazioni. Un comportamento perpetuato nel tempo secondo i giudici, per i quali i Riva al momento del loro arrivo alla guida dell’acciaieria sarebbero stati a conoscenza dei livelli di inquinamento prodotti. Scrive infatti il Riesame: «Le emissioni nocive che scaturivano dagli impianti, risultate immediatamente evidenti sin dall’insediamento dell’attuale gruppo dirigente dello stabilimento Ilva di Taranto, avvenuto nel 1995, sono proseguite successivamente» nonostante una condanna definitiva per motivi ambientali. E a nulla sono serviti gli impegni assunti – e mai mantenuti – per migliorare le prestazioni ambientali. «Dalle varie parti dello stabilimento – è scritto ancora nelle motivazioni – vengono generate emissioni diffuse e fuggitive non adeguatamente quantificate, in modo sostanzialmente incontrollato e in violazione dei precisi obblighi assunti dall’Ilva, nella stessa Aia e nei predetti atti di intesa, volti a ridurre la fuoriuscita di polveri e inquinanti».
Per i giudici il disastro ambientale prodotto dallo stabilimento è «ancora in atto» e per interromperlo sono necessarie «imponenti e onerose misure di intervento, la cui adozione non è più procrastinabile». Non per questo però, il blocco della produzione è da intendersi come una misura automatica. La sospensione della produzione, così come invocata dalla gip, è solo una delle possibili «scelte tecniche» da adottare. Non è compito dei giudici – è spiegato – stabilire se l’Ilva debba o no continuare a produrre, ma dei periti che sono stati nominati. E spetta proprio ai custodi giudiziali decidere, di volta in volta, se l’opera di bonifica possa avvenire continuando la produzione, sempre che «siano state attuate determinate misure tecniche che abbiano lo scopo di eliminare ogni situazione di pericolo per i lavoratori e la cittadinanza». Un modo di procedere che rispetta la Costituzione, là  dove sancisce il diritto alla salute ma anche la tutela dell’impresa e dell’occupazione. E infine la nomina del presidente Bruno Ferrante a custode amministrativo (in seguito annullata da una successiva ordinanza della gip). Per il Riesame la presenza di un rappresentante dell’Ilva tra i custodi è necessaria anche in considerazione delle spese che l’impresa dovrà  sostenere per il risanamento degli impianti. 
Soddisfatto il commento di Corrado Clini: «Da quello che ho letto – ha detto il ministro dell’Ambiente – il Riesame conferma l’approccio che anche noi abbiamo sempre suggerito: la fermata degli impianti è in funzione del risanamento». Identica la posizione di Ferrante. «Gli impianti devono essere attivi. Il tribunale del Riesame ha espresso una posizione di buon senso che salva l’ambiente, la salute e tanti posti di lavoro». Di tutt’altro avviso Angelo Bonelli. Per il portavoce dei Verdi, infatti, «le motivazioni del Riesame suonano come una sonora bocciatura della linea del governo, più preoccupato di difendere le regioni della produzione che non di tutelare il diritto alla salute».


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