Morsi nel solco di Mubarak

«Questo viaggio sarà  seguito con attenzione dalle monarchie del Golfo – riferiva una paio di giorni fa Imadiddin Adib, sulle pagine del quotidiano Asharq al-Awsat – Anche Washington è preoccupata mentre Israele, che prepara l’attacco militare all’Iran, teme che la visita di Morsi finisca per rafforzare lo status regionale di Tehran». Niente di tutto ciò. Il presidente egiziano ed esponente di primo piano della leadership dei Fratelli musulmani, ha scelto proprio la capitale iraniana per rivolgere un attacco durissimo al regime siriano. «In Siria c’è una rivoluzione contro l’oppressivo regime che la governa…è un dovere morale sostenere la popolazione siriana contro il regime ingiusto (di Bashar Assad) che ha perso legittimità », ha detto Morsi nel suo lungo intervento al summit dei Paesi Non Allineati. Certo, il regime siriano è oppressivo, chi può smentirlo. Il Baathismo ha negato e nega libertà  fondamentali. E in questi 18 mesi il regime di Bashar Assad ha commesso crimini contro l’umanità  (i ribelli armati che lottano per il potere, un giorno saranno suoi degni successori). Tuttavia l’attacco portato da Morsi ha una eccezionale portata diplomatica. Il presidente egiziano da quando è stato eletto non ha detto in pubblico una singola parola contro l’occupazione militare israeliana dei territori palestinesi, si è ben guardato dal parlare apertamente di revisione degli Accordi di Camp David che pure è stato un cavallo di battaglia dei Fratelli musulmani nelle campagne elettorali per le legislative e le presidenziali. Ieri avrebbe potuto criticare la politica estera degli Stati Uniti nel Vicino Oriente oppure, visto che ha fatto riferimento alle rivoluzioni popolari avvenute in Egitto e Tunisia in nome della libertà , esortare anche altri paesi mediorientali che negano diritti elementari, come l’Arabia saudita, a precedere alla convocazione (per la prima volta) di elezioni parlamentari e ad approvare una costituzione. No, Mohammed Morsi, a Tehran ha sganciato il siluro contro il bersaglio più facile, la Siria. Ha regalato un sorriso ai Fratelli musulmani che dominano il Consiglio nazionale siriano e fatto tirare un sospiro di sollievo agli sponsor (anche economici) sauditi e qatariori. Tra qualche settimana Morsi varcherà  da leader amico la soglia della Casa Bianca, dove farà  il possibile per confermare che l’Egitto sarà  garante degli attuali assetti regionali. Nei giorni scorsi non pochi nel mondo arabo (e non solo) si erano affannati a descrivere un Morsi fautore di una svolta nella politica estera egiziana. Invece il presidente egiziano, almeno per il momento, segue quella del dittatore Hosni Mubarak: non mette in discussione gli interessi statunitensi e la linea nella regione delle petromonarchie del Golfo, favorevoli anche ad un atto di forza pur di portare la Siria sotto il controllo della maggioranza sunnita. Per questa ragione non deve essere sopravvalutata la richiesta di una soluzione politica per la Siria «al più presto» che Egitto e Cina hanno presentato in un comunicato congiunto diffuso al termine della visita di tre giorni di Morsi a Pechino. «La Cina e l’Egitto si oppongono – è scritto nel comunicato – a qualsiasi intervento militare esterno in Siria e sollecitano il governo di Assad e tutte le parti in causa di fermare tutti gli omicidi e le altre violenze. La Cina apprezza gli sforzi della Lega araba di spingere verso una soluzione politica della questione Siriana». In apparenza la mossa congiunta di Cina ed Egitto intende impedire un intervento militare occidentale in Siria – in ogni caso impossibile sino a quando Mosca non lo vorrà  – ma forse mira a boicottare il piano del primo ministro iracheno, Nuri al-Maliki (quindi dell’Iran), presentato ieri al vertice che prevede la formazione di un governo siriano di unità  nazionale di cui farebbe parte anche Assad. E grossi interrogativi aleggiano anche sulla concretezza della decisione presa dal Movimento dei Non Allineati di intervenire nella crisi siriana attraverso una «troika» formata proprio dall’Egitto assieme a Iran e Venezuela. Un passo che pare più volto ad assecondare i padroni di casa iraniani che a dare una soluzione negoziata alla guerra civile in Siria.


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