Noi e la Spagna come la Svezia così Stoccolma ha battuto la crisi

ROMA â€” L’Italia come la Svezia: tre anni di crisi, di cui due già  “scontati”, poi la resurrezione. E così nel 2013 la recessione potrebbe finire e la dinamica del Pil tornare ai livelli pre-crisi, aprendo la strada alla soluzione della emergenza debitoria. Invece la Grecia è come la Finlandia, che ci mise ben 6 anni a ritrovare la via della virtù, e quindi non se ne parlerà  prima del 2016. L’imprevisto paragone e la relativa previsione, che ieri hanno fatto il giro del mondo spandendo ottimismo a piene mani sui mercati, viene nientemeno che da Moody’s, la temutissima agenzia di rating che raramente è stata amica del nostro Paese, «soprattutto vista l’infelicissima scelta di tempi dell’ultimo downgrading», come ricorda l’economista Masera. Invece nel ponderoso rapporto Euro area periphery ecco l’apertura alla speranza. «Abbiamo rilevato – spiega dalla sede di New York di Moody’s il sovereign chief economist Lucio Vinhas de Souza significative similitudini fra la crisi del-l’Italia, nonché di Spagna e Portogallo, con quella che colpì la Svezia all’inizio degli anni ’90. La prima somiglianza è nell’intensità  della recessione, non troppo violenta ma persistente. Prendendo le precedenti esperienze come benchmark, se alla Svezia occorsero tre anni per uscirne, altrettanti potrebbero bastare all’Italia e ai Paesi iberici. Sempre che vengano portate a compimento le riforme strutturali che i tre Paesi, così come la Svezia, hanno intrapreso. La Finlandia nello stesso periodo sperimentò una caduta più brusca e pur avendo anch’essa implementato le riforme, servirono sei anni per uscirne: in una situazione analoga si trovano oggi Grecia e Irlanda». Il rapporto riconosce che la Svezia poté giocare la carta delle svalutazioni competitive e che sulla Finlandia pesò il disgregamento del-l’Urss, ma l’idea di fondo resta. Le buone
notizie però finiscono qui perché, sorpresa nella sorpresa, lo stesso Vinhas de Souza aggiunge: «Rimane comunque sui nostri tavoli anche lo scenario secondo cui nel 2013 l’economia si contrarrà . Malgrado i progressi iniziali in aree come il mercato del lavoro, in Italia rimane un significativo bisogno di aggiustamenti macroeconomici e strutturali». Le riforme avviate hanno fortemente ridotto gli squilibri nella periphery dell’euro (quelli che un tempo si chiamavano Piigs), come provano i miglioramenti di export e competitività , «ma per una piena soluzione dei problemi – insiste il rapporto – serviranno ancora diversi anni ». E Vinhas de Souza puntualizza i nostri punti ancora deboli: «Mentre la produttività  ha segnato miglioramenti negli altri quattro Stati e il costo del lavoro per unità  di prodotto è sceso dai picchi precedenti, in Italia non è accaduto. Altrettanto vale per il risparmio individuale, che negli altri Paesi ha tenuto e in Italia è sceso. E la composizione dell’export è troppo sbilanciata sui prodotti industriali mentre i servizi sono calati come esportazioni del 6% fra il 2007 e il 2011, anche a differenza dal resto della periferia: in Spagna sono saliti del 13% guidati dai servizi di trasporti internazionali». Nel rapporto c’è poi un’inedita ricostruzione delle origini della crisi, che sarebbe tutta dovuta al maldestro uso delle risorse finanziarie arrivate copiose nella prima metà  degli anni 2000 dal nord Europa e utilizzate anziché per infrastrutture, in consumi privati e investimenti improduttivi. Qui miracolosamente l’Italia fa eccezione: «Non c’è stata né una bolla immobiliare come In Spagna e Irlanda né un eccesso di consumi come in Grecia e Portogallo». Però la bilancia dei pagamenti si è ugualmente deteriorata e sono cominciati i guai.


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