Pensioni, l’altro piano del Pd per non cancellare la legge

ROMA — «Si può tornare sulla riforma delle pensioni, ma non per depotenziare la legge Fornero, bensì per completarla con opportunità  aggiuntive di lavoro», dice Pietro Ichino. Alla riapertura del Parlamento, il senatore del Pd presenterà  insieme con altri colleghi di partito (tra i quali Enrico Morando) un disegno di legge che segue una linea del tutto diversa dal testo già  passato in modo bipartisan in commissione Lavoro alla Camera e che fondamentalmente nasce da una proposta dell’ex ministro Cesare Damiano (Pd). Un testo che tra l’altro reintrodurrebbe la pensione a 58 anni (con 35 di contributi) con l’assegno però più leggero perché calcolato col contributivo. 
Ieri, dopo che il caso è stato sollevato dal Corriere, è intervenuto il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, per prendere le distanze dalla posizione favorevole che i suoi colleghi di partito (con l’eccezione di Giuliano Cazzola) hanno tenuto in commissione: «Su questa ipotesi di legge bipartisan sulle pensioni abbiamo moltissime perplessità  specifiche e una ulteriore di fondo». Ma anche dal Pd è arrivata una voce critica, quella del deputato Mario Adinolfi: «Se si prevede una controriforma delle pensioni che noi abbiamo votato e sostenuto, vorrei una sede nella quale discuterne». 
Ma torniamo alla proposta Ichino. Anche questa punta, tra l’altro, a risolvere il problema degli esodati, cioè di quei lavoratori che per l’improvviso e brusco aumento dei requisiti di pensionamento, rischiano di restare per periodi più o meno lunghi senza stipendio e pensione. Ma, a differenza del progetto Damiano, non allarga la platea di coloro che possono andare in pensione con le vecchie regole precedenti alla riforma Fornero. Incentiva invece l’assunzione degli esodati, prevedendo comunque per chi resta senza lavoro il pagamento della nuova indennità  di disoccupazione, l’Aspi, fino al raggiungimento dei nuovi e più elevati requisiti di pensione. Proposte che faranno discutere, ma certamente più gradite al ministro.
Finora il governo ha salvaguardato 120 mila esodati, consentendo loro, a patto che rientrino in determinate categorie, di andare in pensione con le vecchie regole. Ma ci potrebbero essere altre decine di migliaia di lavoratori a rischio di restare senza reddito nei prossimi anni. L’Inps, ricorda lo stesso Ichino, in una contestata relazione aveva parlato di 390 mila esodati in tutto. L’articolo 6 della proposta del senatore punta innanzitutto a fornire loro nuove opportunità  di lavoro, attraverso due incentivi alle imprese: l’esenzione totale dalla contribuzione e l’allungamento del periodo di prova a un anno. Se il lavoratore non trova una nuova occupazione, si apre appunto il paracadute dell’Aspi. La filosofia che ispira la proposta è quella dell’active ageing, l’invecchiamento attivo, sul modello scandinavo, spiega Ichino. Oltre alla questione degli esodati il testo (13 articoli) mira infatti ad aumentare in generale l’occupazione degli over 60. E lo fa riproponendo quanto già  contenuto in un disegno di legge presentato a febbraio da Tiziano Treu (Pd) che prevede: la possibilità  per i lavoratori cui manchino 5 anni alla pensione di ridurre l’orario a part time, ottenendo su richiesta un anticipo di pensione tale da compensare il taglio del salario; incentivi all’assunzione di giovani in corrispondenza dei part time attivati con gli anziani. Il punto debole di queste soluzioni, come insegnano tentativi passati, è il fatto che si presuppone un accordo tra azienda e lavoratore. Completa la proposta la previsione di «contratti di collaborazione di pubblica utilità » per impiegare gli anziani in servizi alla persona e alla comunità . 
Per finanziare gli incentivi all’active ageing e l’Aspi per gli esodati servirebbero 1,5 miliardi nel 2013 e 2,5 miliardi in ciascuno dei tre anni successivi. Dove trovarli? Utilizzando in parte il taglio degli incentivi alle imprese proposto da Francesco Giavazzi (10 miliardi l’anno) mentre il resto delle risorse risparmiate, concorda Ichino, dovrebbe andare a ridurre il costo del lavoro per favorire anche in questo l’occupazione.


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