“Sette miliardi di euro a settimana” le stime sullo scudo anti-spread Bce

Un intervento potenzialmente illimitato, ma senza obiettivi dichiarati, che potrebbe prolungarsi anche per due anni e comportare un impegno di centinaia di miliardi di euro. In attesa della riunione del 6 settembre del board della Bce, che dovrebbe delineare i contorni dell’offensiva sui mercati del debito pubblico, guidata da Francoforte, il mondo della finanza si interroga. E prova a immaginare i modi, i tempi, le dimensioni dell’intervento che Mario Draghi ha promesso un mese fa per salvare «ad ogni costo» l’euro. Quasi ogni banca d’affari ha una sua teoria e i punti di contatto fra le diverse teorie sono pochi. I loro operatori e i loro analisti sono, però, i grandi protagonisti della finanza e gli scenari che disegnano sono un termometro delle attese dei mercati, che la Bce non può, probabilmente, permettersi, a questo punto, di tradire. Quasi tutti pensano che la Spagna — e, probabilmente, anche l’Italia — finiranno per chiedere aiuto e che l’intervento, quindi, ci sarà . Tutti sono convinti che non risolverà  gli squilibri di fondo dell’area euro, ma che, tecnicamente, l’offensiva sarà  efficace ed eliminerà  l’effetto-panico, riportando, almeno per il momento, i rendimenti dei Btp e dei Bonos a livelli sostenibili. Nessuno, però, sembra credere ad un intervento, per così dire, classico, in cui la banca centrale fissa esplicitamente un obiettivo, ad esempio, di tassi d’interesse e ne garantisce il raggiungimento, richiamando sui mercati gli investitori che ne sono scappati per l’eccessiva volatilità  delle quotazioni e che, sotto l’ombrello dell’intervento, possono riprendere ad utilizzare i titoli come riserva o come collaterale. E’ la strategia secondo cui l’annuncio vale più dell’intervento e l’esborso, alla fine, è modesto. Al contrario, tutti prevedono una sorta di costosa guerra di corsa, fatta di scontri, imboscate e bluff, fra gli uomini di Francoforte e gli speculatori. Ma con quali strumenti?
Gli analisti della Deutsche Bank — forse non a caso una banca tedesca — sono fra quelli che non credono ad un intervento illimitato. La loro tesi è che, nei difficili equilibri al vertice della Bce, Draghi non fisserà  per la sua offensiva obiettivi esterni, ma interni. In altre parole, un limite di spesa. Significativo, ma non decisivo:
410 miliardi, contro i 670 miliardi che, al massimo, potrebbero chiedere, fra il 2013 e il 2014, Spagna e Italia, nello scenario peggiore, in cui nessuno dei due Paesi è più in grado di chiedere un euro in prestito ai mercati. Di questi 410 miliardi, 230 uscirebbero dalle casse del Fondo salva-Stati e 180 miliardi dal bilancio della Banca centrale. Anche all’americana Citi non pensano che Francoforte fisserà  un tetto agli spread, cioè alle differenze fra i tassi dei titoli italiani e spagnoli e il Bund tedesco, perché questo potrebbe allentare la spinta dei Paesi deboli a rispettare
riforme e vincoli di bilancio. La Citi non crede a programmi massicci di acquisti di titoli e ad una Bce eccessivamente spregiudicata sulla politica monetaria: alla banca americana sono, ad esempio, sicuri che gli acquisti di titoli da parte di Francoforte saranno sterilizzati, cioè il loro effetto sulla massa monetaria in circolazione (espansivo, ma potenzialmente inflazionistico) sarà  annullato, rastrellando un ammontare analogo di liquidità  con l’emissione di titoli. Contemporaneamente, però, alla Citi credono in un ventaglio di misure non orto-
dosse, da affiancare all’acquisto di titoli e dirette alle banche. In particolare, un ulteriore allentamento dei parametri sui titoli da offrire in garanzia, quando le banche prendono in prestito soldi dalla Bce e, probabilmente, un’altra massiccia immissione di liquidità , nel circuito del credito, come quelle, per un totale di mille miliardi di dicembre 2011 e febbraio 2012.
A Goldman Sachs, la futura offensiva di Draghi viene paragonata ad un intervento sui mercati valutari per consolidare il cambio. Un intervento «aperto», però, che ponga i mercati di fronte a rischi in due direzioni, evitando che gli speculatori possano fare scommesse a senso unico, contro un obiettivo preannunciato. In questo senso, niente a che vedere con le manovre valutarie per difendere una fascia di oscillazione del cambio (come ai tempi dello Sme). Insomma, secondo Goldman Sachs, gli interventi potrebbero essere anche massicci, ma a discrezione della Bce e non perché costretta a difendere un obiettivo annunciato di spread o di tasso d’interesse. Ma, comunque, saranno efficaci, anche perché la potenza di fuoco dei suoi avversari, gli speculatori, è inferiore a quella che si riscontra nei mercati valutari, dove circolano assai più soldi. Chi invece pensa che gli obiettivi vanno prefissati è l’inglese Hsbc. E deve trattarsi degli spread. Se è vero, infatti, che l’elemento cruciale della crisi è il costo del debito — e quindi i tassi d’interesse — nella logica dell’intervento Bce il fattore principale sono gli spread, perché è lì che si riflette l’effetto panico, che spinge in alto i tassi italiani e in basso quelli tedeschi. Inoltre, agire sugli spread, nota Hsbc, consente di operare in più direzioni: al rialzo sulle quotazioni dei titoli italiani, al ribasso su quelli tedeschi. La banca inglese ipotizza anche interventi più sofisticati, come la vendita di credit default swap, a garanzia del debito italiano o spagnolo. Con questo armamentario a disposizione, per spegnere la crisi, secondo Hsbc, basterebbero 7 miliardi a settimana. Poco più di 2 miliardi, se Francoforte si concentrasse solo sui titoli a meno di due anni. Tuttavia, 7 miliardi a settimana, notano gli analisti inglesi, in due anni fanno 700 miliardi.


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