Una crescita da tigre asiatica Ma il Pil non è sviluppo sociale

Un paio di mesi fa, quando il governo ha annunciato che il tasso di crescita del Prodotto interno lordo (Pil) si è attestato sul 5,3% nei primi tre mesi di quest’anno – il tasso più basso degli ultimi otto anni, un settimanale come The Economist ha decretato il suo «Addio alla Incredible India». Oggi, dopo che metà  della popolazione indiana è rimasta senza energia elettrica per due giganteschi black out di energia consecutivi, i commentatori di mezzo mondo parlano di declino, gigante in crisi – un paese che non riesce a superare il suo cronico deficit di energia sarebbe il segno che la promessa di miracolo economico è in frantumi. 
Ricapitoliamo. Nell’ultimo decennio l’India, con il suo miliardo e 200 milioni di abitanti, è stata osannata come una delle «economie emergenti» del pianeta. La liberalizzazione avviata a partire dal 1993 in effetti ha proiettato il paese nell’economia globale. Tra il 2003 e il 2009 il Prodotto interno lordo indiano è cresciuto intorno al 9% annuo: un tasso da «tigre asiatica». Nell’ottobre 2003 gli analisti di Goldman Sachs hanno incluso l’India tra i paesi destinati crescere rapidamente e cambiare gli equilibri strategici mondiali, il gruppo soprannominato Bric (Brasile, Russia, India e Cina, a cui poi è stato aggiunto il Sudafrica): nel 2039, diceva quel rapporto, il loro Pil combinato avrà  superato quello del G6 (Usa, Regno Unito, Francia, Germania, Italia e Giappone); nel 2050 la Cina sarà  la più grande economia mondiale, seguita dagli Usa, con l’India al terzo posto. (Il solito iconoclasta Economist si chiede se il concetto stesso di Bric non sia stata una pessima idea che ha indotto l’élite indiana in «una bolla di auto-compiacimento»).
Comunque sia, l’ingresso tra i paesi emergenti ha alimentato un nuovo interesse delle potenze occidentali verso l’India: sia per la stazza della sua economia, sia per la sua posizione geopolitica (guardata, in modo più o meno esplicito, come «contrappeso» all’espansione della Cina): ne è stata un segno la decisione dell’amministrazione di George W. Bush di negoziare un trattato di cooperazione nucleare con l’India, così riconosciuta di fatto come la sesta potenza atomica del pianeta. L’ascesa economica del resto ha generato grande euforia e alimentato le ambizioni geopolitiche di New Delhi, che si sente in competizione strategica con la Cina – e anche per questo i dirigenti indiani tengono sopra ogni altra cosa a consolidare la crescita.
Poi però la crisi scoppiata nel 2008 negli Stati uniti, e propagata a tutto il mondo industrializzato, è arrivata a toccare i Bric. Nei primi mesi di quest’anno Cina, India e Brasile hanno ridimensionato le previsioni di crescita. A New Delhi ancora un anno fa i dirigenti vagheggiavano di superare la soglia del 10%, magari l’11%. Eppure i segni di pericolo erano chiari: l’inflazione in sù, il valore della rupia in giù (ha perso il 20% sul dollaro in 12 mesi). Il flusso degli investimenti è in calo. 
Proprio ieri la Reserve Bank of India ha ridimensionato le sue previsioni: ora parla di una crescita su base annua del 6,5% (contro la precedente previsione del 7,3) nell’anno fiscale 2012 (che si chiude nel marzo 2013), e di un tasso di inflazione nello stesso periodo del 7% (contro il 6,5% delle ultime previsioni).
I guru dell’economia, in India e in Occidente, ripetono la recessione mondiale c’entra solo in parte:l’economia indiana rallenta piuttosto perché il sistema è appesantito da cottuzione e burocrazia (che in effetti sono onnipresenti) e, soprattutto, perché i suoi dirigenti sono troppo lenti o timidi nelle «riforme strutturali» – lèggi: tagliare di più tasse e imposte, provatizzare, dismettere il potere regolatorio che lo stato in parte mantiene su banche, assicurazioni, industrie strategiche, eliminare le sovvenzioni sul prezzo dei carburanti, o norme come quella che limita i brevetti su certi farmaci essenziali, o esclude i futures sulle derrate agricole). Molti citano anche l’inadeguatezza delle infrastrutture essenziali, e questo senza dubbio conta: la rete stradale, quella ferroviaria (che per la verità  funziona, ma è vecchia), le infrastrutture rurali, la rete elettrica. Appunto.
Intanto però in India «le diseguaglianze sociali sono cresciute più negli ultimi quindici anni che nei precedenti cinquanta», mi faceva notare qualche tempo fa uno dei migliori giornalisti indiani, P. Sainath, e questo è il rovescio della «economia emergente». La crescita del Pil non si è trasformata in sviluppo sociale. Non che siano mancati programmi sociali: il governo del Congress (centrosinistra) negli ultimi anni ha varato alcuni programmi importanti – come quello per il «lavoro minimo garantito rurale» innovativo sotto molti aspetti. Ma i programmi sociali non compensano l’effetto dei prezzi più alti, i divari di reddito o l’appropriazione delle risorse naturali a cui la popolazione rurale aveva accesso: terre comuni, foresta, acqua, progressivamente inglobati dal mercato. E l’India continua a scivolare indietro nell’Indice di Sviluppo Umano stilato dall’Onu, l’indicatore che misura mortalità  infantile, alfabetizzazione e reddito e dà  una misura del livello di benessere sociale di una popolazione, dell’investimento in sanità  e istruzione, opportunità  di lavoro: nel 2003 era al 126esimo posto, nel 2011 al 134esimo.


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