Adozioni Quei 5.000 figli e la ricerca delle origini

Il caso specifico è quello di una donna di 63 anni che si è rivolta a Strasburgo non per conoscere l’identità  della madre, ma per avere informazioni generiche che la aiutassero a ricostruire almeno in parte il suo passato. Secondo la Corte europea, l’Italia dovrebbe fare alcune concessioni sul fronte dei diritti dei figli riconoscendo per lo meno, come fanno altri Paesi, il diritto alla «reversibilità » dell’anonimato della madre qualora questa, in tempi i successivi e su specifica richiesta del figlio, si dichiari d’accordo a svelare il suo nome.
La sentenza, raccontata ieri da Avvenire, non è che uno dei temi sempre più urgenti sulle adozioni. Il contesto è cambiato: Facebook e i social media permettono di colmare rapidamente le distanze con presunti parenti biologici. Prima di arrivare a tanto, quali misure è giusto prendere? E poi c’è tutto un nuovo mondo, caratterizzato dalle coppie omosessuali, dalle coppie di fatto e dai single, che legittimamente ambisce a completare il suo nucleo familiare con uno o più figli. Ancora, ci sono i bambini concepiti in provetta nelle coppie gay: oltre al genitore biologico, quale ruolo ha l’altro partner? In Europa e nel resto del mondo molte risposte sono già  state date: le persone sole possono diventare genitori in Inghilterra, in Spagna, negli Stati Uniti, in Francia, in Germania (l’elenco completo è nel grafico); stesso discorso per le coppie gay, con piccole varianti. E l’Italia?
Conoscere le proprie radici
Nel nostro Paese l’anno scorso sono state concluse positivamente 4.022 adozioni internazionali. Quelle nazionali sono state 1.131 nel 2007 (ultimo dato Istat disponibile), anche se vale come riferimento il numero stimato dal ministero della Giustizia per il 2010, quando sono stati dichiarati adottabili 1.177 minori, pronunciati 776 affidamenti preadottivi e 932 adozioni «legittimanti» (cioè concesse alle coppie sposate; i single rappresentano l’eccezione tutelata dall’articolo 44 della Legge 184 del 1983). Quanti di loro chiederanno di entrare in contatto con il padre o la madre naturali? «I figli adottivi sentono il bisogno di ricostruire tutti i tasselli della loro storia, soprattutto in adolescenza. La reversibilità  dell’anonimato mi pare possa tutelare tutti. Anche se va detto che non è assolutamente la maggioranza dei ragazzi adottati a chiedere di mettersi in contatto con la famiglia naturale. E anche chi lo fa, non intende “cambiare” genitori, ma è spinto da una necessità  di chiarezza. Vuole capire che cos’è successo e perché si è arrivai all’adozione», spiega Anna Olivero Ferraris, docente di psicologia dell’età  evolutiva alla Sapienza di Roma, che del tema si è occupata nel libro Il cammino dell’adozione.
Ma l’idea di mettere in dubbio, anche solo in parte, l’assoluta garanzia dell’anonimato delle madri spaventa invece, e molto, l’Associazione famiglie affidatarie e adottive. «La garanzia di non essere mai più contattate da nessuno ha significato riduzione di abbandoni, infanticidi e aborti. Ha permesso la nascita di 400-500 bambini ogni anno in condizioni di sicurezza, tanto per le partorienti che per i neonati», sottolinea Frida Tonizzo, consigliere dell’Anfa. «La ricerca del proprio passato quando diventa esasperata nasce spesso da un “non detto” o da un bugia. Ma si tratta di una mentalità  superata. Fermo restando che in Italia, a meno che la partoriente non abbia appunto richiesto l’anonimato, dopo i 25 anni, passando per i tribunali per i minorenni i figli adottivi possono conoscere i genitori biologici».
Non la pensa così un’altra associazione di riferimento, «Genitori si diventa». La presidente, Anna Guerrieri, dice: «Io credo che sia necessario un profondo ripensamento. I diritti di entrambe le parti in gioco vanno rivalutati. Si potrebbero rendere accessibili alle persone adottate solo certe informazioni, magari ricorrere a un intermediario tra le parti. E modificare la durata del diritto della madre al “segreto”, che ora dura fino a 100 anni dal parto».
I single e le coppie gay
Di fatto chi non è sposato è tagliato fuori dalle adozioni «legittimanti». E quando anche viene concessa, l’adozione non crea lo status di figlio legittimo. «E qui la norma andrebbe riveduta», interviene Grazia Cesaro, presidente della Camera minorile di Milano. Per intenderci: «Le differenze tra le due tipologie sono varie: gli effetti non sono parificati, restano gli obblighi verso la famiglia di origine, permane anche la revocabilità ». Mario Zevola, presidente del tribunale per i minorenni di Milano, all’inizio del 2012 lanciava l’allarme sulla diminuzione delle richieste di adozioni, nazionali e internazionali, nel bacino del capoluogo lombardo (cui fanno capo anche Sondrio, Lecco, Pavia, Monza e Brianza): sono passate dalle 2.226 del 2007 alle 1.993 del 2010. Grazia Cesaro spiega il fenomeno in questo modo: «La crisi ha certamente portato a una diminuzione della disponibilità  da parte delle coppie, ma è anche vero che è aumentata la possibilità  di avere un figlio con le tecniche di procreazione assistita».
Non sono pochi gli omosessuali che se ne servono. E si pone il problema, «prioritario» per l’ex presidente di Arcigay ora alla guida di Equality, di permettere «l’adottabilità  dell’altro partner del figlio biologico di uno dei due: ormai sono centomila i bambini di genitori omosessuali, in gran parte nati da precedenti matrimoni, ma molti concepiti con fecondazione assistita all’estero». Una convenzione del Consiglio d’Europa del 2008 prevede la possibilità  di estendere l’adozione ai conviventi e lascia evidentemente questa libertà  anche alle coppie omosessuali. In Italia non è stata ratificata. «Se è per questo non siamo mai riusciti a discutere le nostre proposte di legge sui matrimoni gay e sull’omogenitoria lità », puntualizza la deputata Pd Anna Paola Concia.
È giusto? È sbagliato? Una settimana fa Federico Milazzo, consigliere dell’Anfaa, adottato quando aveva sei anni, ha scritto a La Stampa una lettera in cui diceva: «Non esiste un diritto all’adozione per gli adulti (per nessun adulto), sono viceversa i bambini ad avere “diritto” a una “famiglia”». Lui intende la famiglia tradizionale-eterosessuale. Però oggi non esiste più solo quella.
Daniela Natali
Elvira Serra


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