FIAT Non diremo «l’avevamo detto»

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Risultato: si è perso tutto, la Fiat e il lavoro, mentre ci resta un’Italia il cui governo mica può decidere in che giorno e a che ora chi guida una multinazionale dovrà  presentarsi dal governo per spiegare cosa intenda fare oggi e domani. E’ vero, la Fiat che scappa dal nostro paese è la stessa che per 113 anni ha munto e persino saccheggiato le casse dello stato, ma come dice il presidente professore un imprenditore ha il diritto di scegliere di investire dove più gli conviene.
Marchionne scappa da un paese piegato, guidato da una banda politica arcobaleno che ha assistito ai preparativi della fuga con il cappello in mano, spellandosi le mani ad applaudire le prodezze di un avventuriero. Non scappa di notte come i ladruncoli Marchionne, come i padroncini che in una notte senza luna svuotano la fabbrica per trasferire i macchinari in Romania. Marchionne se ne va camminando su una passerella di velluto stesagli davanti ai piedi da un’intera genia di politici, amministratori, sindacalisti complici. I suoi colleghi manager e l’intero padronato – le eccezioni si contano sulle dita di una mano – non si sono limitati ad applaudire le sue gesta, hanno addirittura copiato le sue ricette. Un paio di governi hanno assunto la filosofia del «Marchionne del Grillo» trasformandola in leggi, demolendo la civiltà  del lavoro. Via il contratto nazionale, via la Costituzione e lo Statuto dei lavoratori. Via la democrazia dai posti di lavoro, è il padrone a scegliere i sindacati a cui dettar legge con i ministri che precisano: il posto di lavoro mica è di proprietà  del lavoratore. Non è Marchionne che ha spaccato i sindacati, sono i sindacati, gran parte di essi, che si sono messi al servizio del padrone, a lui hanno deciso di render conto. Siccome non si può salvare capra e cavoli, hanno consegnato sia la capra che i cavoli, pazienza se i proprietari dell’una e degli altri erano i lavoratori.
Possibile che solo il manifesto tra i giornali, o solo la Fiom tra i sindacati, si fossero accorti che Marchionne stava fregando tutti, distruggendo il sistema di regole, disinvestendo e trasferendo risorse, know-how, saperi, ricerca, modelli da Torino a Detroit? Fanno pena i Della Valle che oggi attaccano il deus ex machina della Fiat, sono gli stessi che hanno sempre sognato di fare come lui, e infatti il reuccio del made in Italy marchigiano ha più cause lui per antisindacalità  che lo stesso Marchionne. Romiti si toglie i sampietrini dalla scarpe, ha le sue ragioni più o meno nobili.
La differenza con Marchionne è che lui i sindacati e i lavoratori li faceva a pezzi sul campo di battaglia, in una guerra in cui gli avversari si rispettavano, Marchionne invece preferisce cambiare le regole del gioco e comprarsi i generali nemici, evidentemente sul mertcato. Il Romiti leninista – per usare un’espressione felice di Marco Revelli – veniva chiamato «Sgiafela leun» (schiaffeggia leoni), Marchionne preferisce sgozzare le pecore.
Non diremo «noi l’avevamo detto»; diremo solo «onore» a quei lavoratori che non hanno offerto il collo al boia.


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