I giudici tolgono i figli ai boss di ‘ndrangheta

Togliere i figli minorenni alle famiglie di ‘ndrangheta per sottrarli a un altrimenti ineluttabile destino mafioso e affidarli al servizio sociale in comunità  fuori dalla Calabria per dargli almeno una chance di conoscere un modo diverso di vivere e pensare: è la linea senza precedenti che il Tribunale dei minorenni di Reggio Calabria sta sperimentando con alcuni provvedimenti di natura civile, adottati anche «d’urgenza» e «inaudita altera parte», cioè senza contraddittorio con le famiglie-controparti, differito a un secondo momento in presenza di emergenze improcrastinabili e rischi per l’integrità  psico-fisica dei minori da tutelare.
È una scelta che terremota il contesto ‘ndranghetista nel quale a cementare le «famiglie», ancor più che nelle cosche siciliane di Cosa Nostra o nei clan di camorra, sono i vincoli di sangue alla base anche del basso numero di collaboratori di giustizia (se uno sfiora l’idea di pentirsi, sa che i primi di cui dovrà  parlare saranno i suoi genitori, figli, fratelli). E difatti non è un caso che fermenti di insofferenza e un clima di percepibile paura stia avvolgendo queste nuove iniziative della giustizia minorile reggina: al punto che alcuni assistenti sociali si sono già  dati malati pur di non dover presentarsi a casa dei boss a eseguire i provvedimenti decisi dal tribunale.
Non si tratta della decadenza dalla potestà  sui figli minori che talvolta viene dichiarata dai giudici, come pena accessoria a una sentenza definitiva, quando un boss viene condannato per associazione mafiosa o altri gravi reati: per quanto rari, casi di questo genere si sono già  verificati in Calabria almeno dal 2008, quando un grosso latitante si vide privare della potestà  sui due piccoli figli.
Adesso è molto più anticipata, e perciò anche molto più delicata, l’inedita frontiera aperta invece dal giudice Roberto Di Bella, 48 anni, messinese, da 10 mesi presidente dell’ufficio dove per 13 anni era già  stato gip alle prese con 50 omicidi commessi da minorenni e dove ha ritrovato ormai al 41 bis o all’ergastolo molti degli adolescenti conosciuti in passato. Lo dimostra, ad esempio, la misura adottata per un ragazzo di 16 anni, rampollo di una delle più potenti famiglie di ‘ndrangheta, pizzicato con altri amici attorno a un’auto danneggiata della Polizia ferroviaria di Locri.
Il processo per furto e danneggiamento era finito con l’assoluzione per carenza di prove, ma nell’ambito di quelle carte il Tribunale dei minorenni ha messo in fila le tessere di un disastroso mosaico familiare: il padre fu ucciso in un agguato mafioso, i fratelli sono stati tutti arrestati e condannati per associazione mafiosa e omicidi, l’adolescente è segnalato spesso a tarda notte in compagnia di pregiudicati, infila assenze a raffica a scuola da cui infine viene ritirato, parla di sé «con una certa rassegnazione a una vita segnata», la madre «non appare idonea a contenerne la pericolosità  come comprovato dalla sorte degli altri figli», e «neppure il contesto parentale allargato» (nonni, zii) «offre garanzie per l’educazione del giovane», avendo la «famiglia» di appartenenza «un ruolo di spicco nella criminalità  organizzata del territorio di residenza».
Questo quadro induce i giudici Di Bella e Francesca Di Landro a emettere, su richiesta del pm minorile Francesca Stilla, «un provvedimento limitativo della potestà  genitoriale»; a nominare al 16enne un curatore speciale, visto «il conflitto di interessi tra lui e la madre incapace di indirizzarlo al rispetto delle regole civili e tutelarlo»; e a ritenere «indispensabile affidare il minore al servizio sociale per inserirlo subito in una comunità  da reperirsi fuori dalla Calabria, i cui operatori professionalmente qualificati siano in grado di fornirgli una seria alternativa culturale».
Per i giudici minorili, infatti, «è l’unica soluzione per sottrarre» il 16enne «a un destino ineluttabile, e nel contempo consentirgli di sperimentare contesti culturali e di vita alternativi a quello deteriore di provenienza», nella speranza «possa affrancarsi dai modelli parentali sinora assimilati». Obiettivo che il tribunale persegue ricorrendo a norme che vanno dall’articolo 25 del regio decreto del 1934 all’articolo 330 del codice civile, sino alla Convenzione di New York «nella quale è sottolineato il principio che la famiglia deve educare il minore ai principi di pace, tolleranza, dignità  e solidarietà ».
I ricorsi delle famiglie contro il nuovo corso, che Di Bella vorrebbe peraltro rendere meno episodico e più organico aprendolo a una sorta di protocollo d’intesa con gli altri uffici giudiziari calabresi, sono stati aspri. Ma nell’unico sinora deciso, la Corte d’appello ha respinto il reclamo e confermato l’affidamento ai servizi sociali in una comunità  fuori Calabria dei tre bambini di Maria Concetta Cacciola, «usati dai nonni come strumento di ricatto» sulla giovane collaboratrice di giustizia costretta a registrare in un video una falsa ritrattazione e infine uccisasi con l’acido muriatico: «Pressante è l’esigenza di allontanare i tre minori dal contesto familiare permeato da dinamiche malavitose, e comunque da valori “tribali” improntati a una subcultura con un travisato senso dell'”onore” e del “rispetto”».


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