La chiusura della fabbrica divide gli operai Peugeot

Il 25 luglio scorso, la direzione di Psa aveva annunciato il taglio di 8mla posti di lavoro, tra cui tutti i 2.900 di Aulnay, perché la produzione della C3 è destinata a chiudere qui nel 2014. Allora, il delegato della confederazione sindacale Cgt, Jean-Pierre Mercier, aveva promesso «la guerra» alla direzione di Psa. La Cgt, secondo sindacato a Aulnay dopo quello giallo Sia, era stato il solo a minacciare uno sciopero duro. Ora, Mercier ammette: ci sarà  sciopero «solo se i lavoratori lo vogliono». Ieri, sono cominciate le assemblee generali, per decidere il da farsi. Gli operai sono divisi, tra chi vorrebbe lottare per salvare il sito e chi si è già  rassegnato e spera solo di essere tra i 1.500 a cui Psa ha promesso di trovare un altro posto di lavoro, una volta che l’edificio sarà  venduto e ristrutturato in vista di altre produzioni (non Peugeot, però). Sono già  in programma delle azioni, la prima l’11 settembre, quando il governo presenterà  ai sindacati il rapporto di un esperto indipendente sulla situazione di Psa. A Rennes il 15 c’è un altro appuntamento, in seguito il 29 settembre a Aulnay, che dovrebbe riunire i lavoratori di Psa, Sanofi e Air France, tutti sotto la minaccia di drastici tagli all’occupazione. Il 9 ottobre, al salone dell’automobile di Parigi ci saranno anche gli operai di Psa per far sentire la loro voce.
Il governo è in imbarazzo e teme la reazione dei lavoratori. Arnaud Montebourg, il ministro del Rilancio produttivo, che a luglio aveva fatto credere di volersi opporre alla chiusura di Aulnay e aveva convocato il président-directeur général di Psa, Philippe Varin, adesso chiede ai sindacati di far prova di «responsabilità  economica» per non «indebolire» la casa automobilistica in difficoltà . Secondo i dati di agosto, le immatricolazioni di auto in Francia sono crollate di più del 12%, Psa ha perso il 10,5% (e Renault il 22%). La prima conseguenza sono 9 giorni di cassa integrazione nello stabilimento Psa di Sochaux e 13 a Rennes. Il piano di aiuti all’auto varato dal governo, che va soprattutto a sostegno dell’auto elettrica, non ha compensato gli effetti negativi della fine della rottamazione, che aveva sostenuto le vendite delle piccole cilindrate made in France (le tedesche, invece, se la cavano in Francia con i modelli di lusso Bmw, Audi e Mercedes). «Indebolire Peugeot – ha detto Montebourg – non significa aiutarla, ma rischiare una discesa agli inferi per i 100mila salariati che restano». Montebourg ora promette di «difendere i lavoratori che rischiano di perdere il lavoro e di riformattare, rinegoziare e limitare il piano» di ristrutturazione. Il governo vorrebbe limitare i tagli nella ricerca e sviluppo, un settore che ha ricevuto il sostegno del piano auto varato all’inizio dell’estate. Inoltre, spera di poter pilotare a riconversione del sito di Aulnay, per permettere le riassunzioni di almeno 1.500 lavoratori di Psa. Ma Psa sta già  pensando ad altri tagli all’occupazione: non produrrà  più ammortizzatori a Sochuax, ma li comprerà  all’estero (350 posti di lavoro a rischio). In programma c’è anche la vendita del 75% del capitale della filiale Gefco (11mila dipendenti), che sembra interessare la società  ferroviaria russa. L’unica buona notizia è che il 31 agosto, Psa ha annunciato un investimento di 750 milioni nella fabbrica di SevelNord a Valenciennes, dove verranno prodotte le nuove versione di due veicoli utilitari Peugeot e Citroen.


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I RIMPROVERI SBAGLIATI DELLA UE

Il Commissario europeo per gli affari economici, Olli Rehn, ci dedica da tempo rimproveri giornalieri circa il fatto che dovremmo fare di più e meglio in tema di riforme del lavoro e delle pensioni, di privatizzazioni, rispetto del patto fiscale e, perfino, organizzazione della giustizia.

Il suo atteggiamento censorio è fuori luogo e ci sono molte ragioni per sostenerlo.

PESSIME PREVISIONI

Tre volte su quattro la Banca centrale europea ha sbagliato le previsioni sull’economia dell’eurozona. Non hanno fatto meglio Bundesbank e Ocse; il governo italiano un anno fa prevedeva per il 2012 una crescita dello 0,6% e oggi siamo a un calo superiore al 2%. Dietro ai numeri, a essere sbagliato è il modo di pensare l’economia.
A fine anno è inevitabile fare consuntivi e previsioni. Confrontare quello che ci si aspettava accadesse e quello che in realtà  è successo. E scrutare quello che potrà  succedere nei prossimi mesi.

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