L’America torna nella trincea del terrore allerta nelle ambasciate, l’ombra di Al Qaeda

NEW YORK – «Signor presidente» urla il reporter sul prato della CasaBianca «lo ritiene un atto di guerra o no?». Barack Obama non raccoglie, ma la risposta l’ha già  data. Spedendo in Libia i suoi 200 uomini migliori, i marines del Fast, Fleet Anti-terrorism Security Team, supergruppo di pronto intervento. E inviando una flotta di micidialissimi droni a colpire nei campi della Jihad. Lì in Nordafrica.
L’America è già  in guerra. Undici anni dopo l’11 settembre. E il giorno dopo un 11 settembre qui celebrato in tono minore e invece atteso da quel che resta di Al Qaeda per lanciare l’ultima disperata sfida all’Occidente. Sì, il fantasma che aleggia da Bengasi a Washington è ancora quello degli eredi di Osama Bin Laden. E in fiamme, undici anni dopo, è ancora tutto il mondo arabo. Proteste e assalti all’ambasciata Usa del Cairo. Proteste all’ambasciata Usa di Tunisi. I palestinesi che tornano a bruciare le bandiere Usa. Molte sono rivolte spontanee, innescate da “Innocence of Muslim”, il video dell’immobiliarista ebreo americano Sam Bacile. Ora lui s’è nascosto, per paura di rappresaglie, anche se c’è pure chi avanza dubbi sulla sua esistenza: mentre il Pentagono chiede a Terry Jones, il pastore della Florida lui sì già  tristemente famoso per aver bruciato il Corano, di smetterla di alimentare il fuoco della provocazione pubblicizzando il film su Youtube.
Proprio per evitare nuove, sanguinose proteste, dopo quelle seguite pochi mesi fa al rogo (per sbaglio!) del Corano nella prigione di Bagram, il governo di Ahmid Karzai annuncia di aver chiuso direttamente Youtube in tutto l’Afghanistan: prima che la stessa Youtube oscuri il video. La rivolta è globale. Ma in Libia è accaduto qualcosa di tragicamente diverso. Come anche laggiù in Somalia, ieri, è accaduto qualcosa di diverso. Il presidente Hassan Sheikh Mohamud, appena eletto grazie a un voto che la Casa Bianca ha definito «una pietra miliare», sfuggito sempre ieri a un attentato subito rivendicato da al Shabab: il gruppo vicino ad Al Qaeda.
Il nuovo acronimo della paura è AQIM: Al Qaeda in the Islamic Maghreb. E la violenza assassina di Tunisi arriva puntuale il giorno dopo l’appello di Ayman Al Zawahiri, il successore di Osama che invitava a vendicare la morte in giugno di uno dei leader più feroci, Abu Yahya al-Libi. È vero: Hillary Clinton accusa della strage di Bengasi «un piccolo gruppo violento». E sono ancora tutti da dimostrare i legami tra le rivolte nei paesi che appena un anno fa diedero via alla Primavera Araba e le trame degli ultimi fedelissimi di Osama. Ma l’allarme resta così alto che gli Usa ordinano l’evacuazione di tutto lo staff da Bengasi a Tripoli. Più che la sindrome di Jimmy Carter, il presidente che perse la rielezione dopo il fallimento del blitz per liberare gli ostaggi dell’ambasciata americana a Teheran, ora Barack Obama, l’uomo che ha ucciso Bin Laden, rischia di soffrire insomma la sindrome di George W. Bush. Appena venerdì scorso gli analisti di Ake, la società  di consulenza inglese sulla sicurezza, avevano avvertito che «il rischio di attacchi di elementi ostili continuerà  in Bengasi, prendendo di mira edifici governativi, così come missioni diplomatiche e associazioni internazionali». Gli allarmi finiti sulla scrivania del presidente sono rimasti inascoltati? Era stato fatto davvero di tutto per raffforzare la sicurezza della missione diplomatica?
La presenza di Al Qaeda in Libia non è mai stata un segreto per nessuno. La caduta di Gheddafi ha permesso di rialzare la testa. E l’ex ragazzo prodigio della diplomazia di Bill Clinton, James Rubin, ricorda ai microfoni della Cnn che «Yemen, Somalia, Pakistan e appunto Libia» sono appunto i nuovi fronti dove si muovono «gruppi più piccoli, magari meno coordinati ma ancora in guerra con gli Stati Uniti». Spiegando fra l’altro che quello che succede a Bengasi adesso «renderà  ancora più difficile» anche la gestione della crisi in Siria.
Ma l’emergenza è già  scattata in tutto il mondo: sarebbe ancora più tragico farsi cogliere impreparati adesso. Il Dipartimento di Stato lancia l’allarme per gli attacchi possibili ad almeno sette ambasciate. Sono Armenia, Burundi, Kuwait, Sudan, Tunisia e Zambia. E quella egiziana resta in stato di allerta. No, Obama non lo dice: ma 11 anni dopo l’11 settembre, l’America è tornata in guerra davvero.


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