Lavoro, sarà  un autunno nero

 
Centinaia di aziende in crisi. Multinazionali in fuga. Esuberi nelle banche e nel pubblico impiego. I dati e gli esperti concordano: per l’Italia stanno arrivando i mesi più difficili. E per recuperare terreno ci vorranno anni
Se vede nero persino un ottimista come l’economista Marco Fortis, presidente della Fondazione Edison e gran conoscitore ed estimatore dei distretti industriali, fiore all’occhiello del sistema manifatturiero tricolore, vuol dire che la situazione sul fronte dell’occupazione è davvero drammatica. Ormai si è perso il conto dei “tavoli” di consultazione e intervento sulle singole crisi aziendali che sono stati allestiti al ministero dell’Economia. Di certo, superano abbondantemente il centinaio. Il cocktail d’autunno sarà  esplosivo. I primi segnali forti di quello che potrebbe succedere arrivano dalla Sardegna con le proteste dei minatori del Carbosulcis e dei lavoratori dell’Alcoa (video).

La crisi dell’occupazione nell’industria arriva insieme ai tagli nel pubblico impiego risultanti dalla spending review – la revisione della spesa pubblica fortemente voluta dall’esecutivo Monti – alla inesorabile chiusura dei piccoli negozi, al varo dei piani industriali delle banche, ricchi soprattutto di esuberi. La contabilità  dei posti a rischio, delle casse integrazioni speciali che s’avvicinano alla scadenza per trasformarsi in mobilità  e infine in licenziamenti, delle chiusure totali o parziali degli impianti produttivi e delle aziende commerciali è diventata un macabro ma inevitabile esercizio quotidiano della stampa scritta, parlata e del Web.

Per Pietro Garibaldi, docente di Economia politica all’università  di Torino e direttore del Collegio Carlo Alberto, «la rapidità  di distruzione del lavoro è impressionante e altamente drammatica se si guarda ai giovani: prima della crisi la disoccupazione giovanile era al 18 per cento, oggi è al 36 per cento. Perché si dimezzi temo che ci possano volere dieci anni». Il mercato del lavoro, secondo Garibaldi, di solito è una portaerei che si muove lentamente, secondo cicli di lunga durata. Prima arriva la ripresa, il Prodotto interno lordo deve crescere, poi si cominciano a sentire gli effetti sull’occupazione.

Ma quest’anno il Pil cala del 2 per cento, i senza impiego sono 2,8 milioni e in un anno si sono persi 761 mila posti di lavoro. Nel gelido autunno dell’occupazione, che rischia di diventare caldissimo sul versante sociale, l’emorragia proseguirà . Solo in Veneto, secondo la Cisl regionale, tra ottobre e dicembre – scadendo gli ammortizzatori sociali in funzione da anni – possono andare in fumo ben 20 mila posti, che si aggiungerebbero agli 85 mila lasciati per strada dal 2008. «In Italia l’industria impiega il 25 per cento del totale degli occupati, un tasso ben più alto rispetto a Francia e Inghilterra», dice ancora Garibaldi, che aggiunge: «La maggior parte dei nuovi posti di lavoro sarà  nei servizi, nella cultura, nel commercio.

Nell’industria il futuro non è roseo ma esistono isitituti come la cassa integrazione che aiutano a superare fasi di crisi come l’attuale». Fortis invita a non dimenticare il “mech in Italy”, «quella meccanica/elettronica di altissimo livello che contribuisce con almeno 60 miliardi al surplus con l’estero del made in Italy che in totale è di 100 miliardi ed è un punto di forza e resistenza da cui ripartire». Per superare la crisi, lo storico dell’economia Giulio Sapelli, critico anche aspro del governo Monti, invita alla concertazione: «Perché i grandi sindacati devono essere aiutati a tener botta, per evitare la proliferazione di proteste isolate e violente. E il dilagare degli hooligan della protesta».

MARCHI NOBILI IN AFFANNO
Dai panettoni della Galup ai farmaci della Sigma-Tau, dalle lavastoviglie della Indesit ai motoscafi della Cranchi, dai divani imbottiti della Natuzzi alle ceramiche della Richard Ginori. E’ infinita la lista di storici marchi in difficoltà , con centinaia di esuberi in canna. Crisi innescate dalla recessione recente e situazioni traballanti da tempo si mescolano. Alle spalle hanno spesso storie diverse. Talvolta persino gli aiuti pubblici risultano inutili per imprese decotte. Ma per tutti c’è una conseguenza drammatica: mettere a repentaglio migliaia di posti di lavoro.
Sugli elettrodomestici, che con 120 mila addetti è uno dei più importanti settori produttivi, per esempio, si sta abbattendo un ciclone. Realtà  inguaiate da tempo, come la Ocean, nel bresciano, con 440 addetti si sovrappongono a situazioni di difficoltà  innescate soprattutto dalla recessione più recente. Come quella della Indesit che chiude i battenti a Brembate Sopra, nella bergamasca (388 lavoratori) e a None (400 dipendenti) nel torinese. Prima la concorrenza dei prodotti low cost, dalla Cina e dalla Turchia, poi la gelata dei consumi ha colpito duro.

«E anche quando le imprese investono quattrini per elevare qualitativamente i prodotti e non dover competere nelle fasce basse del mercato, le conseguenze sono tragiche sul piano umano, perché chi investe di più in tecnologia poi ha meno bisogno di forza lavoro», commenta Giulio Sapelli. Non è semplice neppure la tanto auspicata conversione da lavoratore a imprenditore. Ci sta provando la Zanussi-Electrolux, che ha un piano di 800 esuberi e tra le proposte per agevolare l’uscita ha anche quella di sostenere l’avvio di un business in proprio. Dei 150 che se ne sono andati finora, soltanto una quindicina ha accettato la sfida. D’altronde, chi apre negozietti mentre il commercio al dettaglio precipita e quest’anno potrebbero chiudere oltre 65 mile rivendite, dopo le 62 mila dell’anno scorso?

SUD E SARDEGNA IN GINOCCHIO
Li chiamavano “metalmezzadri”. Metà  contadini e metà  operai, molti di loro emigranti al contrario, tornati a casa per produrre, per trent’anni, autobus per mezza Europa. Adesso, davanti allo stabilimento Irisbus di Valle Ufita, in Irpinia, che la Fiat non vuol più utilizzare, rimane solo la tenda della protezione civile, per quattro mesi simbolo del lungo picchettaggio. Da oltre un anno i cancelli sono chiusi e il governo è a caccia di una soluzione che non arriva.

«Non staremo certo così ad aspettare la fine della cassa integrazione a dicembre. E se salta tutto io e mia moglie saremo costretti a emigrare, come fecero i nostri genitori», dice Giovanni Caruso, quasi 15 anni passati sui quadri elettrici dei bus e un presente a zappare il pezzetto di terra di famiglia. E’ una polveriera pronta a esplodere, l’intera filiera dell’automotive campana, che fino a due anni fa dava lavoro a 20 mila persone.

Oggi sono quasi tutti in cassa integrazione e con un futuro incerto. A Pomigliano d’Arco, dove si produce la nuova Panda, si lavora a singhiozzo perché il mercato dell’auto è asfittico e per i 3 mila che non sono ancora rientrati in fabbrica dopo la ristrutturazione dell’impianto, se le vendite non accelerano, tra dieci mesi non resterà  che la messa in mobilità . A Melfi la nuova Grande Punto, pare, non arriverà  fino al 2015 e potrebbero essere annunciati 1.200 esuberi.

In Calabria, dopo i fuochi agostani, divampa la preoccupazione tra gli 8.300 forestali, molti dei quali non prendono lo stipendio da giugno. La maggior parte di loro, oltre 5 mila, è in forza all’Afor, che fa capo alla Regione, è commissariata e prossima alla messa in liquidazione. Il resto è in carico ai Consorzi di bonifica. «La Giunta ha tagliato i fondi, ma la fetta più grossa di risorse la mette il governo centrale, ben 160 milioni: la spending review rischia di far saltare il tappo. A sud di Otranto, in Puglia, non camminano da anni le scarpe dello storico gruppo Adelchi.

Da oltre 2 mila, gli addetti sono scesi a 860 ma non lavorano da anni, e le proroghe della cassa integrazione scadono a fine anno. Anche nell’ex impianto della Fiat a Termini Imerese, in Sicilia, la cassa scade a dicembre: sfiorita l’ipotesi Di Risio, i 1.600 dipendenti sperano nei cinesi della Chery ma sale la rabbia. Che è già  ai livelli di guardia tra i 1.800 della Gesip, società  in liquidazione del Comune di Palermo (manutenzione, custodia, pulizia di scuole e giardini).

Le manifestazioni, con contorno di provocatori che bruciano i cassonetti, sono già  cominciate. In Sardegna, le crisi aziendali si collegano e l’impatto rischia di essere terribile nella contabilità  dei posti di lavoro. «La chiusura dell’Alcoa di Portovesme, in provincia di Carboni, che il primo settembre ha spento gli impianti, e presto metterà  in cassa i quasi 900 addetti, probabilmente provocherà  la chiusura della centrale Enel che produce energia quasi esclusivamente per lo stabilimento della multinazionale americana, e poi toccherà  alla Carbosulcis, che ogni anno destina alla centrale un milione di tonnellate di carbone», dice Stefano Lai, da vent’anni all’Alcoa, che mestamente aggiunge: «Sai cosa significa la cassa integrazione, oggi, a 46 anni, nella provincia più povera d’Italia?».
MULTINAZIONALI CON LA VALIGIA
E poi ci sono i grandi gruppi internazionali. A frotte avevano imposto una tosta cura dimagrante alle filiali sul suolo italiano. Ma la crisi continua a mordere, i consumi non ripartono e molte multinazionali non si limitano a tagliare addetti in campo commerciale. Un corposo dossier redatto dalla Cgil lombarda sottolinea che la libica Tamoil non raffina più il greggio a Cremona; che un tandem di superstar hi-tech come Nokia e Siemens intende fare a meno di 580 dei 1.100 dipendenti italiani della joint venture Nsn; che la francese Alcatel vuole liberarsi di 490 addetti nell’impianto di Vimercate, in Brianza, presidio tecnologico delle comunicazioni. E’ fallita la Videocon di Anagni (Frosinone), che nel 2005 passò dalla transalpina Thomson alla famiglia indiana Dooth: avrebbe dovuto produrre televisori al plasma e condizionatori, 1.290 dipendenti sono invece in cassa integrazione. Che cesserà  il 15 dicembre.

Nella farmaceutica, chiude il piccolo centro ricerche della Sanofi-Aventis, perché il colosso francese ha deciso di tenere solo quattro grandi centri al mondo. E ha 70 addetti in eccesso la Pfizer ad Ascoli Piceno. Anche in comparti qualitativamente meno avanzati ci sono società  controllate da gruppi esteri pronte a sbaraccare. Come Teleperformance, attiva nei call center: nella sede di Taranto i 1.800 lavoratori fanno la cassa integrazione a rotazione. «Stiamo perdendo continuamente commesse, a favore di concorrenti che praticano prezzi più bassi dei nostri, perché utilizzano call-center basati in Albania, Romania e Tunisia », dice Paolo Sarzana, direttore delle relazioni esterne. Per il sindacato 1.800 rischiano il posto.

PICCOLI NELLA TAGLIOLA
Si stavano leccando le ferite della crisi del 2008-2009, la ricaduta nella recessione ha inferto un’ulteriore mazzata. Una ricerca dell’Università  di Padova e di Adacta Studio Associato rileva che delle 1.555 imprese che gli esperti chiamano “quasi medie” e che nel 2007 fatturavano tra i 10 e i 13 milioni di euro, solo 248 hanno superato i 13 milioni, tre anni dopo. Mentre quasi 900 sono arretrate o sono sparite. «Le piccole possono resistere e crescere se aumentano il contenuto tecnologico o di qualità  percepita dei loro prodotti. O se si agganciano a una filiera in cui c’è un’azienda che fa da traino», spiega Paolo Gubitta, direttore del Cuoa, la business school delle università  venete. Un meccanismo virtuoso che è riuscito a pochi, soprattutto a quelli, come dice Sapelli, «che anzichè riempire il garage di Maserati girano sulla Punto e mettono i quattrini in azienda».

Chi non è patrimonialmente solido, frena o alza bandiera bianca; in entrambi casi, si dissolve occupazione. Racconta Roberto Soncin, dell’ufficio studi della Cisl del Veneto: «Molte imprese hanno riportato all’interno parecchie lavorazioni che avevano affidato a fornitori. Così ogni giorno, chiudono microaziende con tre, cinque, al massimo dieci addetti. Uno stillicidio che passa inosservato ma quando si tirano le somme si scopre che sono spariti centinaia di posti di lavoro».

ESODATI ALLO SPORTELLO
La scure va di moda anche in banca. Mai i colletti bianchi del credito si erano trovati di fronte a una così massiccia campagna di tagli. Sul tappeto ci sono 11 piani industriali che, nel giro di un paio d’anni, dovrebbero far sparire circa 18 mila posti di lavoro. Non ci saranno blocchi stradali, né ammutinamenti sulle gru, perché come sempre la categoria riuscirà  ad assorbire gli esuberi con il ricorso agli ammortizzatori sociali che sono il vanto dei sindacati dei bancari. Però la contemporaneità  dei progetti fa impressione. Le limature più sensibili arrivano dai gruppi più grossi: Intesa Sanpaolo (che ha già  cominciato nel 2011), il Montepaschi di Siena e Unicredit. Si tratta, quasi sempre, di uscite “volontarie”. Anche se Unicredit, che vuol ridurre il personale di 3.500 unità , per 800 di questi prevede il pensionamento obbligatorio. «La crisi di redditività  delle banche non è solo colpa delle crisi: spesso hanno concesso prestiti sballati ai “soliti amici”, così ora sono ingolfate di crediti in sofferenza e vorrebbero far pagare gli errori di una classe dirigenti inadeguata ai lavoratori», dice Lando Maria Sileoni, segretario dell’autonoma Fabi.
MINISTERO DEI TAGLI
Nell’autunno nero dell’occupazione finisce anche il pubblico impiego, colpito dalla spending review del governo. A pagare il conto più salato tra i ministeri, secondo le stime sindacali – la norma prevede il taglio del 10 per cento del personale non dirigente e del 20 per cento dei dirigenti – sarebbero la Difesa, con oltre 2 mila esuberi, e il Lavoro, sopra quota 700 (vedere la tabella a pagina 41). Mentre tra gli altri enti centrali il colpo più duro dovrebbe subirlo il nascente SuperInps, in cui confluiranno anche Inpdap ed Enpals, che potrebbe dover tagliare oltre 4 mila addetti.

«Per quanto riguarda i ministeri, crediamo che la maggior parte degli esuberi potrà  andare in pensione con i requisiti pre Fornero, grazie agli incentivi previsti dalla spending review», spiega Giovanni Faverin, segretario generale della Funzione pubblica Cisl, «mentre gli esuberi di Inps e Inail, oltre 5 mila persone, saranno molto più difficili da gestire, perché questi enti la cura dimagrante l’hanno già  fatta».

Secondo la Cgil, invece, a rientrare nei requisiti per il prepensionamento saranno, nella migliore delle ipotesi, 6 mila persone. Gli altri 5 mila restano fuori. Chiudono l’elenco di quanti hanno un buon motivo per preoccuparsi del proprio futuro lavorativo, quelli che all’incertezza ci hanno ormai fatto il callo. Nella pubblica amministrazione lavorano tra gli 80 e i 100 mila precari, cui vanno aggiunti i 20-30 mila atipici delle società  in house. Per loro, stretti tra vincoli di bilancio, organici da ridurre e requisiti della legge Fornero da rispettare, la conferma del tempo determinato, del contratto di collaborazione o della consulenza appare sempre più difficile. E qui di cassa integrazione o sussidio di disoccupazione non se ne parla nemmeno.

GUAI IN PROVINCIA
Negli enti locali il cocktail che rischia di avvelenare il futuro di migliaia di ragionieri e segretari amministrativi ha tre ingredienti: il riordino delle Province, l’obbligo di associazione per determinate funzioni per i Comuni sotto i 5 mila abitanti e il parametro di virtuosità  per le dotazioni organiche che verrà  fissato, entro il 31 dicembre, da un decreto del Governo, d’intesa con la Conferenza Stato-Città . «Far coincidere l’entrata in vigore di tre provvedimenti del genere è pura follia», sostiene Federico Bozzanca, segretario nazionale Fp Cgil con delega agli enti locali, «rischiano di saltare servizi essenziali per i cittadini». Le 61 Province che saranno soppresse in base ai criteri fissati dalla spending review hanno oltre 22 mila dipendenti. I quali dovrebbero essere riassorbiti dalle nuove Province che nasceranno dalla “fusione” di quelle che non rispettano i requisiti fissati dal Governo. «E’ evidente», spiega Bozzanca, «che un processo del genere porterà  alla duplicazione di molti ruoli, e quindi genererà  inevitabilmente degli esuberi».

A dormire sonni agitati, infine, gli oltre 200 mila dipendenti delle 5.700 società  in house partecipate dagli enti locali italiani. La spending review prevede la loro chiusura, o in alternativa la cessione delle quote pubbliche. I dipendenti delle società  che fanno capo alle sole Province sono all’incirca 60 mila, un esercito con lo stesso numero di addetti delle Province stesse.

Hanno collaborato Michele Caropreso, Fabio Lepore e Claudio Pappaianni


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