Sanatoria, i dubbi e le critiche dei sindacati

MILANO – È partito il countdown: tra dieci giorni inizia la sanatoria 2012 per i lavoratori irregolari stranieri. Manca ancora la pubblicazione in Gazzetta ufficiale del regolamento attuativo, ma i sindacati hanno già  cominciato a indire assemblee pubbliche per rispondere ai dubbi di migranti e datori di lavoro. Queste le poche certezze emerse finora: la domanda dovrà  essere fatta online tra il 15 settembre e il 15 ottobre. E a compilarla dovrà  essere il datore di lavoro. Il che suscita forti critiche di Cgil e Cisl: così, dicono, gli immigrati dipendono dalle volontà  del datore di lavoro.

A chi è rivolta. La sanatoria è rivolta agli stranieri residenti in Italia continuativamente almeno dal 31 dicembre 2011. E qui nasce il primo problema: come dimostrarlo? Solo attraverso atti ufficiali, dice il decreto interministeriale 109, a firma dei dicasteri di Lavoro e Interno. Quindi il timbro sul passaporto dopo l’atterraggio in Italia, carte che attestino ricoveri ospedalieri o multe. Nella circolare con il regolamento attuativo, il Governo dovrà  chiarire quali sono le altre “prove” ammesse. Il rapporto lavorativo deve durare almeno dal 9 maggio 2012 e deve essere full time. A meno che non si tratti di collaboratori domestici: in questo caso, può essere regolarizzato anche chi lavora almeno 20 ore a settimana. “Una discriminazione”, afferma Riccardo Piacentini, della Cgil immigrazione. Perché la domanda vada in porto, il lavoratore non deve essere stato segnalato alle autorità  giudiziarie di altri Paesi né aver ricevuto un provvedimento di espulsione. Lo stesso è accaduto nel 2009, con l’introduzione della cosiddetta “circolare Manganelli”. Critica la Cgil, memore di quanto accaduto a maggio 2011. In quel frangente, a due anni dalla sanatoria 2009, la Corte di giustizia ha stabilito l’illegittimità  della norma. Il datore di lavoro deve essere cittadino dell’Unione europea, oppure un extracomunitario con regolare carta di soggiorno. Il semplice permesso non è sufficiente. Sono esclusi anche i datori di lavoro che non hanno portato a termine la domanda di regolarizzazione del 2009. È capitato di frequente infatti che all’atto di firmare il contratto di soggiorno in Prefettura, il datore scomparisse. Questo ha impedito a molti di concludere la pratica.

I costi.
Il datore di lavoro che invia la domanda di sanatoria deve dimostrare un reddito superiore ai 30mila euro all’anno. Nel caso di colf e badanti, c’è uno “sconto”: bastano 20mila euro per le persone sole e 27mila nel caso in cui la persona lavori per una famiglia. Non è richiesto un reddito minimo alle persone disabili accudite da badanti. Se un datore vuole far emergere più di un lavoratore irregolare, i ministeri si riservano di stabilire un limite di reddito caso per caso. Al momento della compilazione del form on line, il datore di lavoro deve già  aver versato mille euro all’Agenzia delle entrate. Per farlo, dovrà  compilare, a partire dal 7 settembre, un F24 con moduli identificativi ‘REDO’ (per il lavoro domestico) e ‘RESU’ (per il lavoro subordinato). Entro il 16 novembre, inoltre, il datore dovrà  provvedere al versamento di sei mesi di contributi Irpef. Stesso discorso per gli oneri Inps e per le altre tasse, anche se non è prevista una deadline. Morale della favola, il datore di lavoro sborserà  il doppio rispetto a quanto previsto nella sanatoria 2009, quando il forfait iniziale era di 500 euro e i contributi da versare di tre mesi di stipendio. 

Dopo la domanda.
Il datore, finita la pratica, dovrà  dare una copia della ricevuta al suo dipendente. Quel pezzo di carta impedisce che venga espulso, in quanto lo straniero è in attesa di regolarizzazione. Chissà  per quanto tempo, però: Questura, Prefettura e Direzioni territoriali del lavoro negli anni scorsi hanno impiegato anche due anni a vagliare le richieste. A questo punto, poi, sarà  la Prefettura che dovrà  convocare le parti per sottoscrivere un contratto di soggiorno. Se non si presentano, tutta la trafila precedente è vana. Nel 2009 è capitato di frequente: datori di lavoro decessi prima della convocazione, lavoratori licenziati pochi giorni prima, imprenditori irrintracciabili, pensionati che non ne volevano sapere di andare in Prefettura. In nessuno di questi casi, la pratica è andata a buon fine. Così – sottolineano i sindacati – la dipendenza dalle volontà  (e dalla salute) del datore di lavoro è totale. (Lorenzo Bagnoli)

 

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