Vietate in Tunisia le manifestazioni anti-occidentali

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TUNISI — Sotto pressione dell’Occidente e duramente criticato dall’opposizione laica in parlamento, ieri infine il governo tunisino dominato dal partito islamico Ennahda(Rinascita) ha vietato ogni manifestazione in occasione oggi delle preghiere del venerdì. La decisione arriva dopo le violenze organizzate dagli estremisti salafiti, che venerdì 14 dicembre avevano portato la guerriglia urbana nella capitale con l’assedio all’ambasciata e alla scuola americane e la morte di 4 manifestanti. Ora il rischio è che si stiano organizzando attacchi agli interessi francesi dopo la pubblicazione a Parigi da parte del settimanale Charlie Hebdo di nuove vignette considerate offensive del Profeta e dell’Islam. «Abbiamo prove che sono in preparazione nuove manifestazioni», ha spiegato a una radio locale il ministro degli Interni, Ali Laarayedh, citando non meglio precisati network pro-islamici utilizzati per le mobilitazioni via Internet.
Un passo certo non facile per Ennahda, emerso con la rivoluzione del gennaio 2011 e al governo dalle elezioni del 23 ottobre. Sono in tanti tra le opposizioni laiche ad accusarli di «ambiguità » e persino «connivenza» con i jihadisti. Un dilemma incarnato dallo stesso Laarayedh, che per 15 anni fu incarcerato per sedizione dall’ex regime di Ben Ali e interrogato più volte nelle stanze degli stessi uffici che oggi dirige in qualità  di ministro. Negli ambienti diplomatici occidentali a Tunisi è diffusa l’opinione per cui il governo cercherà  ora di impedire nuovi incidenti e che i fatti di una settimana fa sono più dovuti a imperizia che a collusione con gli estremisti. In ogni caso, nel Paese da 24 ore domina l’emergenza. Le rappresentanze straniere sono chiuse (allarme rosso anche per quella italiana). E lo stesso avviene nelle maggiori capitali dei Paesi islamici investiti dalle recenti violenze. A Islamabad, in Pakistan, gravi scontri sono avvenuti ieri vicino all’ambasciata Usa.
I portavoce della Casa Bianca sono intanto tornati a definire un «atto di terrorismo» l’attacco al consolato Usa di Bengasi, che due settimane fa causò la morte dell’ambasciatore Chris Stevens assieme a tre collaboratori. Il diplomatico americano, si è appreso ieri da fonti a lui vicine, aveva rivelato di essere stato minacciato di morte negli ultimi mesi e di sapere che il proprio nome era stato inserito nella lista nera di Al Qaeda.


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