Eutanasia ed ergastolo: i dilemmi di un’Antigone di oggi

E quando viene scoperta affronta lo zio sostenendo le sue ragioni in uno scontro che secondo Goethe rinchiudeva l’essenza stessa della tragedia: da un canto Creonte, sconvolto all’idea che la colpevole — che egli ritiene suo dovere condannare — sia sua nipote, promessa sposa di suo figlio Emone; dall’altro «Antigone celeste» (come la definisce Hegel nei corsi di Storia della Filosofia), che afferma la sua fedeltà  a un sistema di leggi diverse da quelle dettate dal potere: le leggi «non scritte», che esprimono i principi etici sentiti dall’individuo come imprescindibili. Donde il dilemma tragico che si ripropone ogni volta che l’applicazione della regola giuridica, anche in un sistema legittimo e «giusto», si scontra con la coscienza di chi non riconosce il suo fondamento etico.
E veniamo, ciò posto, all’ultima, recente rivisitazione fatta da Valeria Parrella: un’Antigone del duemila, che nel Prologo, rivolta alla sorella Ismene dichiara di non accettare la legge della città  che impone la sopravvivenza di un «simulacro di fratello che solo nel sembiante è ancora Polinice». Un primo avvertimento di quel che di lì a poco sarà  esplicito: Creonte non ha vietato di dar sepoltura a un cadavere, ha vietato di staccare i tubi che da tredici anni pompano aria nei polmoni di Polinice, tenendolo addormentato — dice Creonte (chiamato «il legislatore») — «nel sonno chimico dal quale nessuno per legge, la mia legge, può trarlo fuori». Ma la vita «è un soffio che esce, non uno che entra», dice questa Antigone, che fa rivivere il dilemma tragico sofocleo nel problema odierno dell’interpretazione delle regole giuridiche in materia di accanimento terapeutico. Un’Antigone che consente a Valeria Parrella di affrontare, accanto al dramma del fine vita, un altro tragico, non meno attuale problema. La sua Antigone infatti, a differenza di quella sofoclea, non muore, suicida, dopo essere stata condannata a morte. La pena che Creonte le infligge è il carcere, «con sulle vesti ricamato fine pena mai»: una vita che non è più tale, senza neppure l’oblio del sonno: «Come dormire qui, sull’ultima di quattro brande, schiacciata l’aria compressa contro il soffitto, e movimenti e strazi e urla disarticolate sotto di me per altri sette corpi abbandonati alla stanchezza della gabbia». È l’ergastolo il secondo tema di questa Antigone: una pena che Cesare Beccaria, ritenendola ancor più temibile della morte, proponeva di sostituire alla pena capitale per i (pochissimi) crimini per i quali riteneva che questa fosse ammissibile (Dei delitti e delle pene, cap. XXVIII). Una pena alla quale Antigone del duemila si sottrae suicidandosi. In termini diversi, questa Antigone ripropone il dilemma espresso, in Sofocle, nel famoso primo corale che inizia con le parole «molte cose sono tremende (o “mirabili” , a seconda delle possibili traduzioni dell’aggettivo deinos), ma nessuna come l’uomo». Quell’uomo, dice Sofocle, che ha saputo fare buon uso del progresso: ha imparato a navigare, a pescare, a lavorare la terra, a ripararsi dal freddo, a vincere le malattie… Ma «talora verso il male, talora verso il bene muove».
È un bel libro, questa Antigone, che riesce a conciliare la modernità  del tema con una scrittura che, pur essendo sciolta e duttile, evoca felicemente il tono alto della tradizione letteraria della quale la nostra lingua colta è erede. E dimostra ancora una volta che la tragedia antica non ha bisogno di essere «attualizzata». È e sarà  sempre attuale.


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