Formigoni non si ricandida più “Va bene Albertini, si voti subito”

MILANO — Roberto Formigoni è sempre più isolato. Messo alle strette dalla Lega che insiste nel chiedere il voto anticipato in Lombardia insieme alle elezioni politiche ad aprile e dal segretario del Pdl Angelino Alfano che gli ha passato la patata bollente di decidere la data del voto, il governatore lombardo ieri ha ammesso che non intende ricandidarsi. «Vedrei molto bene Gabriele Albertini alla guida della Lombardia». Un nome che piace al Fli e potrebbe tentare anche l’Udc, anche se Pierfer-dinando Casini avverte: «I nomi si fanno sempre dopo un progetto politico». Nel frattempo, ieri sera tutto il centrosinistra è sceso in piazza sotto la sede della Regione per urlare all’unisono: «Formigoni, il tempo è scaduto». Nonostante il brutto tempo, c’erano duemila persone.

Anche il Pdl vuole archiviare il più presto possibile l’era Formigoni. «Albertini è una proposta eccellente», si affretta a commentare l’ex ministro Franco Frattini. Anche se il partito di Silvio Berlusconi lascia una porta aperta alla Lega nella speranza di poter ancora raggiungere un accordo a livello nazionale. Nel frattempo, il presidente della Lombardia accelera per votare a gennaio. «Il più rapidamente possibile – assicura lanciando un nuovo ultimatum alla Lega – entro 45-90 giorni al massimo». Annuncia che non lascerà  comunque la carica commissario di Expo: «È una nomina ad personam». Il Pdl, però, frena. Il coordinatore nazionale Ignazio La Russa sembra correggerlo quando osserva: «Mi auguro che il rapporto con la Lega possa preservarsi e semmai rafforzarsi. Ci auguriamo di avere un candidato unico». Al tavolo lombardo, i dirigenti pidiellini hanno convinto Formigoni a concedere un’altra settimana al Carroccio. Il governatore ha dovuto abbozzare. «Nel giro di pochi giorni – ha precisato – chiederò alla Lega di indicarmi i suoi assessori. Ho condiviso il patto di giovedì e a quello resto fermo». Il suo tono era molto meno perentorio delle bellicose dichiarazioni della mattinata. Alle quali ha riposto gelido il segretario della Lega Lombarda Matteo Salvini: «Vedremo se e con quanti uomini entrare nella nuova giunta per fare alcune cose nei mesi che rimangono». Formigoni scalpita. Nel pomeriggio ha scritto al presidente del Consiglio regionale per chiedere che l’aula approvi in tempi brevi la nuova legge elettorale con l’abolizione del listino bloccato. Lo stesso che è stato all’origine della sua prima disgrazia giudiziaria: lo scandalo delle firme false denunciato dai Radicali. Raccolte all’ultimo minuto per sostenere le candidature che Silvio Berlusconi aveva imposto nel suo listino. Da Nicole Minetti, al fisioterapista del Cavaliere Giorgio Puricelli, al geometra di fiducia di Arcore Francesco Magnano. Non contento, il presidente della Lombardia ha forzato la mano e ottenuto che tutti i consiglieri regionali pidielllini consegnassero le dimissioni nella mani del capogruppo ciellino Paolo Valentini. Una mossa per spiazzare la Lega e provocare, con le dimissioni già  annunciate di tutto il centrosinistra lo scioglimento immediato dell’aula.
Il centrosinistra che ieri in piazza per chiedere ancora una volta le dimissioni di Formigoni ha subito accettato la sfida: «Se consiglieri del Pdl si dimettono – rilancia il segretario lombardo del Pdl Maurizio Martina – li aspettiamo all’ufficio del protocollo». Sono arrivati con le bandiere, i cartelli, gli striscioni.
Il sindaco di Milano che aveva chiamato i lombardi a una «ribellione civica» di fronte all’arresto dell’ex assessore regionale Domenico Zambetti, non c’era. Ma ha inviato un messaggio. Per ribadire la necessità  di «voltare pagina dopo anni di malgoverno di centrodestra ». Perché «Milano e la Lombardia si devono ribellare a un potere ormai morente di cui vediamo ogni giorno gli effetti devastanti ». Sotto il palco, ad ascoltare i leader dei partiti di centrosinistra, tanti amministratori politici e locali, oltre a tanta gente comune.


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