GLI INTERESSI DI BERLINO

Era stata proprio la Merkel, al vertice di giugno, ad annunciare trionfalmente che il compito della sorveglianza unica europea sarebbe stato affidato alla Bce di Mario Draghi. Ad innescare la marcia indietro è stato il suo potente ministro delle Finanze, Wolfang Schauble. In Germania la supervisione bancaria non è affidata alla banca centrale, come in Italia, ma ad una Authority indipendente, che è nominata, guarda caso, proprio dal Finanzminister. Ad essa fa capo la sorveglianza sulla nebulosa delle casse di risparmio e delle banche regionali da cui dipende il funzionamento della piccola e media impresa tedesca, trave portante del consenso politico della Cdu.
Per salvare l’euro, e per aiutare la Spagna a ricapitalizzare le banche senza addossarsi decine di miliardi di debito in più, la Merkel dovrebbe dunque mettere in gioco uno dei pilastri su cui si basa la macchina politica del partito che dirige. Alla fine, probabilmente, sarà  costretta a farlo. Ma le sue esitazioni, e il travaglio profondo che una simile decisione comporta, dimostrano che la crisi dell’euro genera un conflitto di interessi tra politica nazionale e priorità  europee che non riguarda solo i Paesi «deboli ». Se in Italia, Spagna o Grecia i governi sono chiamati a scelte impopolari, anche in Germania o in Francia sono costretti a rimettere in discussione dogmi finora considerati intoccabili.
Non è un caso che ieri la Cancelliera abbia rilanciato il gioco mettendo sul tavolo l’idea di un superministro dell’economia dotato di potere di veto sui bilanci nazionali. Per la Germania questo sarebbe un passo in più verso l’unione di bilancio che metterebbe i contribuenti tedeschi al riparo dagli sprechi delle «cicale» del Sud. Ma per il presidente francese si tratta di un attacco al cuore stesso della sovranità  nazionale, che è un assioma indiscusso della politica d’Oltralpe.
Nell’eterno ping-pong franco tedesco che da mezzo secolo regge l’Europa, la Merkel ha messo a segno un colpo che va dritto al cuore dell’interlocutore, come l’Unione bancaria va dritto al cuore di Berlino. «Non è ancora il momento di riaprire i trattati», si è difeso ieri Hollande, che evidentemente non ha dimenticato la lezione terribile della bocciatura francese al referendum sulla Costituzione europea. Ma ormai è solo una questione di tempo: prima o poi, anche la Francia sarà  chiamata a rivedere le certezze che per tanti decenni hanno frenato la costruzione europea.
Da sempre Francia e Germania sono il motore dell’Europa non perché vadano d’accordo, ma perché hanno visioni e interessi divergenti la cui sintesi costituisce naturalmente il punto di compromesso dell’integrazione. La crisi finanziaria non fa eccezione. Se ha costretto l’Italia a rimettere in discussione la politica come elemento frenante dell’economia, sta costringendo la Germania a mettere in discussione l’economia come principio legittimante dello Stato. E costringerà  la Francia a rimettere in discussione lo Stato nazionale come principio legittimante della politica. Non sono processi brevi, ma alla fine il cerchio si dovrà  chiudere per il bene di tutti gli europei.


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