I soldi che ci sono

Le proprietà  pubbliche che potrebbero essere vendute a “fette” di 15-20 miliardi ogni anno per abbassare di almeno un punto percentuale annuo il debito ammontano a un valore di 360 miliardi – l’80 per cento di cui è in mano agli enti locali. Di questo “tesoretto” si è discusso lo scorso giovedì al Senato in un seminario rivolto a tutte le forze politiche promosso dal governo con il supporto di Cassa Depositi e Prestiti, l’Agenzia del Demanio e Bankitalia. «È l’Europa e i mercati che ce lo chiedono», è la vulgata che oramai attraversa quasi l’intero arco parlamentare. Per fermare la seconda grande svendita dell’Italia non è sufficiente limitarsi a guardare le spese e rilanciare il welfare. Serve molto di più. Bisogna mettere le mani nello “stato patrimoniale” del paese, ma con altri fini. Contrariamente a quello che ci viene detto, il problema di questa crisi non è la mancanza di soldi. Ce ne sono invece troppi e in mani private, e agitano i mercati finanziari alla ricerca di investimenti lucrativi che mancano in tempo di crisi. Da qui la continua “estrazione” di ricchezza pubblica con gli interessi sul debito pagati agli investitori tramite la fiscalità  generale. Risulta inevitabile prendere di petto la questione del debito capendo come metterne in discussione il pagamento nei termini che ci vengono imposti dai mercati e avviando una rinegoziazione quanto meno sul pagamento degli interessi. In parallelo bisogna affrontare il tema del riordino del sistema della tassazione, a partire dai patrimoni privati e dalle rendite finanziarie – oggi la ricchezza privata in Italia è quattro volte e mezzo il debito pubblico! – in una logica di “definanziarizzazione” dell’economia e della società  per disarmare il potere di ricatto dei mercati finanziari. Sempre con questa prospettiva, è centrale rileggere gli strumenti di finanza pubblica che si possono attivare per gli investimenti di interesse generale. Tanti sono i soldi già  nelle mani dello Stato, ma subordinati alle logiche del mercato. Se “risocializzato” contro gli interessi delle banche nostrane, il gigante Cassa depositi e prestiti potrebbe tirarci fuori da questa crisi e rilanciare il finanziamento dei beni comuni. Nonché potrebbe essere il veicolo per iniziare a reincanalare ricchezza privata accumulata in meccanismi di gestione pubblica, togliendo linfa vitale ai mercati finanziari. Solo così si possono rompere le compatibilità  imposte e aggirare la gabbia che ci piomba addosso dal Fiscal Treaty e dalle altre norme europee. Per questo un gruppo di soggetti della società  civile italiana – Attac, Re:Common, Centro Nuovo Modello di Sviluppo, Rivolta il Debito, Smonta il debito – hanno deciso di lanciare un appello «per una nuova finanza pubblica», che diventa da oggi il tema di questa nuova rubrica del giornale.
* Re:Common


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