Il potere di Merkiavelli la regina dell’indugio

Trasposta alla situazione del presente, questa massima suona così: si può fare oggi il contrario di quello che si è annunciato ieri, se ciò aumenta le proprie opportunità  alle prossime elezioni. Così la Merkel si è battuta a lungo per il prolungamento della durata delle centrali nucleari tedesche, mentre accettava tranquillamente l’uscita dall’Europa. Poi, dopo la catastrofe del reattore di Fukushima, si è adoperata per la fuoriuscita dall’energia nucleare e per l’ingresso in Europa. Da allora è diventata la maestra della “salvezza lastminute”. Ieri diceva “mai, finché sarò viva” agli eurobond. Oggi fa cercare al ministro delle Finanze Wolfgang Schà¤uble una qualche via d’uscita (o via traversa) e acconsente ai crediti della Bce alle banche e agli Stati a rischio di default, che in caso di estrema necessità  dovranno essere pagati anche dal contribuente tedesco. L’affinità  politica tra la Merkel e Machiavelli – il modello Merkiavelli – è basato in generale su quattro fattori che si integrano reciprocamente.
Primo. La Germania è il paese più ricco ed economicamente più forte dell’Unione europea. Di fronte alla crisi finanziaria tutti i paesi debitori dipendono dalla disponibilità  dei tedeschi a garantire per i crediti necessari. Peraltro, dal punto di vista della teoria del potere, tutto ciò è banale e non esprime il machiavellismo merkeliano. Quest’ultimo consiste semmai nel fatto che la Merkel non prende partito nel conflitto scatenatosi tra gli architetti dell’Europa e gli ortodossi dello Stato nazionale – o meglio: consiste nel fatto che si tiene aperte entrambe le opzioni. Non è solidale con gli europei (all’interno e all’estero) che sollecitano impegni finalmente vincolanti da parte tedesca, ma nemmeno sostiene il fronte degli euroscettici, che vogliono rifiutare qualsiasi aiuto. Invece, la Merkel lega – e qui sta l’elemento machiavellico – la disponibilità  della Germania a concedere crediti alla disponibilità  dei paesi debitori a realizzare le condizioni della politica di stabilità  tedesca. Ecco il primo principio di Merkiavelli: dove sono in questione i prestiti tedeschi agli Stati debitori, la sua posizione non è né un chiaro “sì”, né un chiaro “no”, ma un “nì” come carta da giocare nella partita a poker per il potere.
Secondo.
Come può essere superata questa posizione paradossale nella prassi politica? In un caso come questo, per Machiavelli sarebbe stata necessaria la virtù, ossia la sagacia, l’energia politica e il dinamismo. Qui veniamo a un secondo fattore: il potere di Merkiavelli si basa sull’impulso a non fare nulla, sulla sua inclinazione al “non-agire-per-ora”, all’agire dopo, cioè sulla sua esitazione. Questa arte dell’indugiare intenzionale, questo mix di indifferenza, euroscetticismo e impegno europeo è la fonte della posizione di forza tedesca nell’Europa afflitta dalla crisi. L’indugiare come tattica di addomesticamento – ecco il metodo di Merkiavelli.
Ora, ci sono molti motivi per esitare – la situazione mondiale è così complessa che nessuno riesce più a vederci chiaro; spesso rimane soltanto la scelta tra alternative enormemente rischiose. Proprio questi motivi giustificano l’indugio come strategia di potere. Angela Merkel ha ormai perfezionato la forma del dominio involontario, legittimato con l’inno alla parsimonia. Quella che appare come una strategia affatto impolitica, ossia la strategia dell’omissione – non fare qualcosa, non investire, non concedere crediti e non prestare denaro –, questo “no” variamente declinato è la leva più importante del potere economico della Germania nell’Europa del rischio finanziario.
Terzo.
In questo modo si riesce a fare ciò che sembra impossibile, cioè unire la eleggibilità  nazionale e il ruolo di architetto europeo. Questo però significa anche che tutti i provvedimenti per salvare l’euro e la Ue devono anzitutto sottoporsi al test attitudinale di politica interna – vale a dire, la domanda se favoriscano gli interessi tedeschi e la posizione di forza della Merkel. Quanto più i tedeschi diventano euroscettici e quanto più si vedono circondati da paesi debitori che vogliono aggrapparsi al portafoglio tedesco, tanto più difficile diventa questa spaccata. Merkiavelli ha risposto a questo problema con l’asso nella manica dell’“Europa tedesca”, che vince sia qui che là . In politica interna la cancelliera tranquillizza i tedeschi preoccupati per la loro pensione, la loro casetta e il loro miracolo economico, sostenendo con rigore protestante la
politica del “no” dosato e impancandosi a maestrina d’Europa. Nello stesso tempo, a livello di politica estera assume la “responsabilità  europea” legando i paesi dell’euro con una politica del male minore all’insegna dello slogan: “Meglio un euro tedesco che nessun euro”.
Pertanto, la Merkel si dimostra un’allieva molto ricettiva di Machiavelli anche sotto un altro riguardo. È meglio “essere amati o essere temuti?”, si chiede quest’ultimo nel suo classico, Il Principe.
“Rispondesi che si vorrebbe essere l’uno e l’altro; ma perché elli è difficile accozzarli insieme, è molto più sicuro essere temuto che amato, quando si abbia a mancare dell’uno de’ dua”.
Quarto.
La Merkel vuole prescrivere, anzi imporre ai paesi partner quella che in Germania è considerata la formula magica per la politica e l’economia. L’imperativo tedesco è: “Risparmiare!”. Risparmiare al servizio della stabilità . Tuttavia, nella realtà  politica la politica di risparmio della famosa-famigerata casalinga sveva si rivela ben presto una drammatica riduzione delle risorse per le pensioni, la formazione, la ricerca, le infrastrutture ecc. Abbiamo a che fare con un neoliberismo brutale che ora viene introdotto nella costituzione europea nella forma del Fiscal Compact – sotto gli occhi della (debole) opinione pubblica europea.
Queste quattro componenti del merkiavellismo si rafforzano a vicenda e costituiscono il nucleo del potere tedesco in Europa. E anche per la “necessità ” di Machiavelli, cioè per lo stato di emergenza a cui il principe deve essere in grado di reagire, si trova un parallelo nella Merkel: la Germania come “potenza egemone amica” auspicata dal direttore di Die Welt, Thomas Schmid, si vede costretta a fare ciò che è imposto dal pericolo anche se è vietato dalla legge. Secondo Merkiavelli, pur di estendere in modo vincolante la politica di risparmio tedesca all’intera Europa le norme democratiche possono essere allentate o aggirate.
Nello stesso tempo, è chiaro che l’ascesa della Germania a potenza- guida nell’“Europa tedesca” non è il risultato di un progetto segreto, elaborato con astuzia e in base a una ben precisa strategia. Essa è invece avvenuta – perlomeno all’inizio – in modo involontario e non progettato, è stata l’esito della crisi finanziaria e dell’anticipazione della catastrofe. Tuttavia, considerando lo sviluppo degli eventi si può presumere che nel corso del suo svolgimento successivo sia iniziato uno stadio di pianificazione consapevole. La cancelliera ha scorto nella crisi un’occasione, il “momento buono da cogliere”. Con una combinazione di fortuna e di virtù merkiavellica non si è fatta sfuggire l’opportunità  storica, traendone profitto sia in politica interna che in politica estera. Certo, nel frattempo si sta formando anche il fronte contrapposto di chi è convinto che l’europeizzazione che procede rapidamente non rispetti i diritti del Parlamento tedesco e quindi si scontri con la Costituzione. Ma la Merkel riesce a strumentalizzare astutamente anche questi bastioni dell’opposizione, incorporandoli nella sua politica di addomesticamento tramite indugio. Ancora una volta, la cancelliera vince sotto un duplice profilo: più potere in Europa e più popolarità  all’interno, con il favore degli elettori tedeschi.
Tuttavia, il metodo Merkiavelli potrebbe poco a poco imbattersi nei suoi limiti, dal momento che la politica tedesca del risparmio finora non può vantare alcun successo – al contrario: la crisi del debito ora minaccia anche la Spagna, l’Italia e forse ben presto arriverà  perfino in Francia. I poveri diventano sempre più poveri, sui ceti medi incombe il declino e non si vede nessuna luce in fondo al tunnel. Anche in questo caso, dunque, il potere potrebbe portare alla formazione di un contropotere; Angela Merkel ha pur sempre perduto in Nicolas Sarkozy un importante alleato. Dopo l’entrata in carica di Franà§ois Hollande gli equilibri si sono decisamente spostati. I sostenitori dei paesi indebitati potrebbero cooperare con gli architetti dell’Europa a Bruxelles e a Francoforte per sviluppare un’alternativa alla spesso populistica politica di risparmio portata avanti dalla Merkel (e da Philip Rà¶sler) con lo sguardo rivolto alla scena tedesca e sotto la spinta dell’ansia da inflazione, e per ripensare la funzione della Banca centrale europea nella prospettiva di un suo orientamento verso la politica di crescita della Federal Reserve americana.
Tuttavia, è possibile uno scenario del tutto diverso: un duello tra Angela Merkiavelli, l’europea esitante, e il suo sfidante della Spd, l’appassionato scacchista del potere Peer Steinbrà¼ck, scopertosi nel ruolo di un Willy Brandt europeo. Se ciò avvenisse, al posto della politica di riunificazione tedesca potrebbe subentrare la politica di ulteriore unificazione di un’Europa lacerata dalla crisi – come del resto prevede la Costituzione tedesca. Se la formula di successo della Ostpolitik di Willy Brandt era “cambiamento attraverso il riavvicinamento”, la formula della politica europea di Peer Steinbrà¼ck potrebbe essere: “Più libertà , più sicurezza sociale e più democrazia – attraverso l’Europa.” O il candidato cancelliere della Spd, Steinbrà¼ck, riesce a dare scacco matto a Merkiavelli sul piano della politica europea, oppure vince Merkiavelli, perché scopre l’importanza dell’idea europea per le strategie di potere e si converte in fondatrice degli Stati Uniti d’Europa.
L’alternativa è questa: la Germania deve scegliere tra l’essere e il non-essere dell’Europa. È diventata semplicemente troppo potente per potersi permettere il lusso di non decidere.
(Traduzione di Carlo Sandrelli)


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