La strage di Bengasi mette in collisione Obama e i Clinton

NEW YORK — Stasera al secondo dibattito presidenziale, ospitato a Long Island dalla Hofstra University, le domande le farà  il pubblico, attraverso il filtro di Candy Crowley, della Cnn. Ma si può essere certi fin d’ora che un argomento centrale di discussione — perché proposto dalla moderatrice o imposto da Mitt Romney — sarà  quello dell’uccisione dell’ambasciatore Stevens e di altri tre americani in Libia. A un mese dall’attacco di Bengasi, infatti, quelli che Obama aveva liquidato come «bumps in the road», semplici cunette nell’asfalto della strada di una politica estera di successo di questa amministrazione, sta diventando un incubo per la Casa Bianca.
Le indagini condotte dallo stesso governo e dal Congresso e alcune recenti rivelazioni hanno, infatti, fatto crollare la ricostruzione inizialmente accreditata dal governo: un assalto al consolato americano maturato nel clima di protesta dei musulmani per un film prodotto in California che insulta la figura di Maometto e sfruttato con abilità  criminale da alcuni estremisti.
Sulla base di questa analisi la Casa Bianca aveva promesso sì che avrebbe inseguito fino all’inferno i responsabili dell’uccisione dell’ambasciatore e degli altri americani, ma aveva anche condannato il video blasfemo. E, davanti a un Romney che aveva reagito a caldo, prima ancora di conoscere bene i fatti, ignorando la questione del film e senza alcuna concessione al risentimento di un mondo islamico che si era sentito offeso, il presidente in persona era sceso in campo per accusare il suo avversario di essere «poco presidenziale», uno che «prima spara e prende la mira».
Per settimane i repubblicani, che evidentemente avevano considerato anch’essi precipitosa la sortita di Romney, hanno accantonato il dossier Libia, attaccando Obama su altri fronti. Ma tutto è cambiato la scorsa settimana quando è emerso con sempre maggior chiarezza che quello di Bengasi era stato un attacco terroristico premeditato, senza alcun collegamento diretto con le proteste per «Innocence of Muslims», il video messo su YouTube. Ed è anche venuto fuori che alcuni americani in Libia, preoccupati per le crescenti tensioni, avevano chiesto un rafforzamento delle misure di sicurezza a protezione delle sedi diplomatiche.
Il governo è in difficoltà  sulla Libia da più di una settimana, ma che questo possa diventare un cavallo di battaglia per Romney è diventato evidente dopo il dibattito dei vicepresidenti di giovedì scorso, durante il quale Joe Biden ha risposto alle critiche di Paul Ryan sostenendo che le richieste di rinforzi non erano arrivate fino alla Casa Bianca, ma si erano fermate al Dipartimento di Stato.
Insomma, per salvare Obama, Biden ha tirato in ballo Hillary Clinton, oltre alla Cia, che avrebbe accreditato nei suoi rapporti iniziali una tesi (quella della rivolta spontanea) rivelatasi, poi, priva di fondamento.
Ma come può Obama prendere le distanze dal suo segretario di Stato proprio mentre suo marito, Bill Clinton, si sta spendendo come la «faccia» più popolare della campagna per la sua rielezione alla Casa Bianca? Proprio ieri il New York Magazine si chiedeva come farà  Obama a sdebitarsi per l’aiuto che sta ricevendo dai Clinton.
E, invece, in queste stesse ore il Dipartimento di Stato è costretto a difendersi sostenendo di non aver mai abbracciato la tesi della rivolta (così sconfessando in parte la sua ambasciatrice all’Onu, Susan Rice, che aveva molto battuto su questo punto dopo l’uccisione di Stevens). Romney a questo punto è partito all’attacco accusando Biden di aver detto il falso e dicendo di voler vedere chiaro in questa oscura vicenda. Ha capito di aver tra le mani un caso che, se ben gestito, gli può consentire di cogliere due obiettivi con un colpo solo: da un lato incrinare l’immagine di leader internazionale e tutore della sicurezza dei cittadini americani di un presidente fin qui inattaccabile su questo terreno, alla luce dell’eliminazione di Bin Laden; dall’altro inserire un cuneo tra Obama e i suoi «partner strategici», i Clinton.
Massimo Gaggi


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