Merkel tende la mano ad Atene ma la folla brucia insegne naziste

ATENE — La Grecia, promette il premier Samaras, «è determinata a rimanere nell’euro». La Germania, assicura sorridendogli Angela Merkel, «vuole che ci resti ». Ma la mediaticissima (e contestatissima) visita-lampo della Cancelliera tedesca sotto il Partenone — sei ore di sorrisi nei palazzi del potere accompagnati da un’oceanica protesta di piazza anti-troika — non è riuscita a cambiare di una virgola il problema ellenico.
Ok, Atene ha incassato una mezza promozione dall’azionista di riferimento della Ue: «Non sono una maestrina arrivata qui per dare i voti — ha messo i puntini sulle “i” il numero uno del governo tedesco — Ma il vostro esecutivo sta lavorando bene». Di nuovi aiuti o di un ammorbidimento dell’austerity però (la Grecia chiede due anni in più per far quadrare i conti) nemmeno l’ombra. Anzi. «Capisco che state passando momenti difficili — ha concesso una Merkel che buona parte degli striscioni davanti al Parlamento ritraevano in marziale divisa nazista — ma il processo di riforme va completato». Tradotto in soldoni: i cittadini ellenici dovranno trangugiare presto un’altra manovra da 13,5 miliardi fatta di tagli a stipendi e pensioni (già  scesi in media del 25-30%), pena il blocco di 31 miliardi di aiuti della troika. E senza quei soldi — come ha ammesso un Samaras felice perché la Cancelliera «ha tolto la Grecia dall’isolamento» — Atene non avrà  denaro per stipendi e pensioni a fine novembre.
«Lo sapevo che sarebbe andata a finire così, la montagna ha partorito un topolino — dice Helena, 52 anni, scesa in piazza con il suo labrador nero che regge coscienzioso in bocca un cartello anti-Merkel — Parole e promesse. Poi alla fine il conto lo pagheremo ancora noi». Purtroppo per lei e per le 50mila persone che hanno manifestato sfidando i divieti, il centro blindato e uno schieramento di 7mila poliziotti da stato di guerra, è probabile che finisca così. «Di economia non so molto — ammette Yannis Nikas, dipendente della Dei, l’Enel greca, inalberando un ritratto della Merkel acconciata da pagliaccio — Una cosa però l’ho capita pure io: più mi tagliano la busta paga, già  scesa da 1.300 a 840 euro al mese, più frena l’economia. Così non si va da nessuna parte». Lui ha smesso di pagare il mutuo della casa pur di riuscire a far continuare alla figlia gli studi al Politecnico. E spera in una svolta. Ma la luce in fondo al tunnel non si vede: il pil calerà  del 6,5% quest’anno e scivolerà  del 3,8% nel 2013. «L’unica cosa che ci è rimasta è la voce per protestare. La Cancelliera ci risparmi le lezioncine e paghi i 50 miliardi che ci deve come risarcimento per l’invasione nazista», conclude Helena mentre a due passi da lei e dal cane gli anarchici di Exarchia si esercitano nella guerriglia urbana con i nuclei anti-sommossa in mezzo ai fumi dei lacrimogeni (a fine giornata si conteranno 12 arresti e 190 fermi).
A cosa è servita allora la visita della Merkel? L’azzardo diplomatico (in caso di incidenti gravi sarebbe cresciuto a dismisura il rischio di isolamento della Grecia) non ha certo fatto risalire le quotazioni della Cancelliera sotto il Partenone.
Anche perché lei — ritenuta il “mandante” morale dell’austerity malgrado i 60 miliardi prestati da Berlino ad Atene — non ha trovato di meglio che presentarsi sotto l’Acropoli con la stessa giacca che indossava in occasione della vittoria per 4 a 2 della Germania sulla Grecia agli ultimi Europei di calcio.
Il suo arrivo è stato invece una boccata d’ossigeno per Samaras, alle prese con una situazione domestica complicata. «Il governo è formato dalle stesse persone che ci hanno portato alla bancarotta», sintetizza tranchant Vassilis Primikiris del comitato centrale di Syriza, la sinistra radicale guidata da Alexis Tsipras che nei sondaggi è ormai il primo partito del Paese. I colpi di scena delle ultime settimane, oltretutto, hanno minato la già  scarsa fiducia dei greci nell’esecutivo. Prima con l’annuncio che le squadre anti-frode stanno indagando 60 politici (tra cui il presidente autosospeso del Parlamento) per evasione fiscale. Poi con il pasticciaccio brutto della Lista Lagarde, un elenco di 1.991 cittadini ellenici con conto cifrato a Ginevra consegnato due anni fa dall’ex ministro delle Finanze francese — oggi al vertice dell’Fmi — al suo omologo del governo Papandreou. Peccato che questo documento scottante sia sparito nel nulla proprio mentre si chiedevano sacrifici immani alla gente normale. Zero indagini. Nemmeno da parte dell’attuale numero due del governo, il potente segretario socialista Evangelis Venizelos, che quella lista l’ha in mano dal 2011. «In Svizzera ci sono 250 miliardi nascosti dagli evasori greci, politici e armatori compresi. Quanto basta per risolvere i nostri problemi e aiutarmi a riprendere a pagare il mutuo alla banca», scherza (ma non troppo) Nikas.
Il risultato di questi scivoloni è sotto gli occhi di tutti: l’esecutivo traballa e i socialisti del Pasok rischiano una scissione anti-Venizelos. In mancanza di tecnocrati o di volti nuovi cui aggrapparsi, la Grecia si sta polarizzando sugli estremi. «Siamo in una situazione da Repubblica di Weimar», ha detto con un po’ di coda di paglia Samaras. I neonazisti di Alba d’Oro, che alcuni sondaggi informali danno al 20%, scorazzano per Atene picchiando immigrati e mietendo consensi tra i ventenni (la disoccupazione giovanile è al 54%). Syriza respinge le accuse di Samaras — «paragonarci all’ultra-destra di Chrysi Avgi è offensivo» — e spera di raccoglierne a breve l’eredità : «Il popolo non reggerà  il peso dell’austerità , alla fine torneremo alle urne e vinceremo noi», ha detto ieri Tsipras a Syntagma. Nell’attesa, tornata a Berlino la Merkel, oggi si riparte da dove si era finito venerdì: i negoziati con la Trojka per l’ennesima cura da cavallo per la Grecia.


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