Sanzioni all’Iran, economia a picco

GERUSALEMME — Vado a fare un po’ di shopping, ha detto, ci vediamo direttamente in aeroporto. Al check-in, non s’è mai presentato: Hassan Khanban, il cameraman di Stato che la settimana scorsa seguiva Ahmadinejad all’Onu, è uscito dall’albergo di New York, è entrato nello studio d’un avvocato e ha chiesto asilo politico negli Usa. Quel che aveva già  tentato di fare, ma gli era andata male ed era finito in galera, il portavoce presidenziale. Quel che ha fatto mesi fa il capo storico di Hamas, Khaled Meshaal, pensando bene di mollare la Damasco incendiata di Assad e, finiti i soldi degli ayatollah, di riparare in Qatar. Più o meno quel che capita a migliaia di nuovi profughi in terre lontane, l’Australia per esempio, dove gl’iraniani sono aumentati di otto volte in due anni, ormai più numerosi degli storici migranti afghani.
2012, fuga da Teheran. Chi può, se ne va. Dal regime, come sempre. E ancora di più dal disastro economico. Altro che arricchimento dell’uranio: Ahmadinejad deve fronteggiare l’impoverimento della gente. Le sanzioni internazionali che ieri non piegavano Saddam e oggi non fiaccano la Corea del Nord, appoggiate da Obama e giudicate inutili da Israele, stavolta cominciano ad avere effetti visibili. Il rial, che in un anno ha perso l’80% del valore sul dollaro, l’ultima settimana è precipitato a minimi mai visti, scambiato a 37.500 sulla valuta americana (otto giorni fa era a 24.600, a fine 2011 era a 13.000). Il giorno nero è stato sabato: la moneta iraniana ha perso più d’un quarto del valore. Inutile lo sforzo della banca centrale, che ha istituito una specie di cambio congelato per le imprese: una toppa peggiore del buco che ha mostrato tutte le debolezze del regime, scatenando panico e speculatori, portando a costi stellari le importazioni. Generi come l’elettronica triplicano di prezzo, l’immobiliare è una bolla, il pieno di benzina un rebus, anche i beni essenziali diventano un lusso a fronte di stipendi molto bassi, un’inflazione al 25%, una disoccupazione fuori controllo. A Dubai, tradizionale piazza d’import-export iraniano, decine d’imprese falliscono per l’impossibilità  di programmare un pagamento.
«L’economia iraniana è al collasso», certifica il ministro israeliano delle Finanze, Steinitz, uno che non ha mai creduto troppo nelle sanzioni. Teheran ha perso 45-50 miliardi di dollari solo sul mercato del petrolio, in nove mesi le riserve finanziarie si sono dimezzate. Punto di svolta il 17 marzo, quando al blocco del greggio s’è aggiunta la decisione di Swift (la società  interbancaria che fa da «colla» al sistema finanziario globale) d’escludere l’Iran da tutte le transazioni. Per Teheran, che era riuscita a resistere alle sanzioni facendosi pagare in oro l’oro nero, ripulendo gl’introiti da Cina o India in Paesi off-shore o in banche compiacenti, i tempi già  duri si sono fatti durissimi. «L’Occidente ha scatenato una guerra economica contro di noi», ha tuonato ieri Ahmadinejad. Il presidente risponde a suo modo, promette d’arrestare gli speculatori e di non retrocedere nel programma nucleare, ma i nodi della retorica atomica vengono ormai al pettine delle quotidiane difficoltà  economiche. Sul web, gira un manifesto di protesta (10 mila firme) che chiede conto dei 2 milioni e mezzo di posti promessi in maggio. Gli studenti e le opposizioni tornano timidamente a vociare, «il governo ammetta il suo fallimento».
Avanti così e la linea rossa tracciata da Netanyahu, oltre la quale scatterebbe l’attacco alla bomba, rischia di sparire nel profondo rosso dei conti.
Francesco Battistini


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