SOGNI CONTRO SOLDI DEMOCRAZIA IN VENDITA

Ottant’anni dopo la rivoluzione del New Deal rooseveltiano, che tentò nell’emergenza travolgente del crac la ridistribuzione forzata del reddito dall’alto verso il basso spinta dalla mano pubblica, ogni elezione presidenziale è l’occasione per combattere la stessa battaglia fondamentale per l’anima, il cuore e il portafogli degli americani. Passata la grande paura del 2008, quando i super ricchi, gli “un-per-cento”, si accodarono, nel panico provocato dalla loro ingordigia, al giovane senatore afroamericano di Chicago per salvare le loro banche e le proprie fortune con quel salvagente di stato che oggi aborrono, ora le grandi banche e le grandi finanziarie ringalluzzite mordono la mano di chi le salvò.
La furibonda opposizione di Wall Street a quell’Obama che appena un quadriennio fa finanziarono a piene mani per assicurarsene i soccorsi è la prova paradossale che l’economia americana va meglio e il salvataggio è riuscito. Come diceva Lee Iacocca, l’uomo che salvò — la prima volta — la Chrysler, «i capitalisti americani sono tutti liberisti fino a quando fanno soldi e diventano statalisti quando li perdono». Nelle campagne elettorali americane, dove è possibile accettare finanziamenti pubblici o rifiutarli per avere le mani libere, il ruolo del danaro è fondamentale da almeno mezzo secolo, da quando la televisione divenne decisiva e i costi della propaganda via spot esplosero. Ma in questa corsa Obama-Romney, che sarà  la più costosa di sempre andando oltre i due miliardi di dollari, le differenze nel tesoro di guerra sono minime. Anche senza la interessata generosità  di Wall Street, il presidente è riuscito, grazie ad altri finanziatori e alla raccolta in Rete, a eguagliare e spesso superare, con 690 milioni in totale e 170 milioni soltanto in settembre, i fondi di Romney, a 633 milioni finora. Il vantaggio naturale dei Repubblicani, e della Destra, in materia di finanziamenti è largamente un mito e l’accusa all’America di essere «una democrazia in vendita » può essere equamente rivolta a chiunque vinca le elezioni.
La differenza cruciale, la “Grande Divergenza” come l’ha definita Paul Krugman è negli effetti che l’irruzione alluvionale di fondi privati e donazioni dirette o indirette nella casse dei duellanti ha prodotto. C’è un dato eloquente, che non può essere soltanto casuale: dagli anni ‘70, quando i costi delle campagne hanno cominciato a volare, la differenza di ricchezza fra la cosiddetta “classe media” e i “superricchi” è cresciuta incessantemente. Più crescono i finanziamenti privati, più cresce la fortuna dei finanziatori. Coincidenza?
Tra il 1980 (l’anno della cavalcata di Reagan) e il 2011, il Cbo, il braccio contabile e rigorosamente apartitico del Parlamento, ha calcolato che l’uno per cento della popolazione ha triplicato la propria ricchezza, più 275 per cento. Quei due terzi di americani che si considerano “classe media” anche senza esserlo hanno invece visto aumentare la propria quota di ricchezza nazionale soltanto del 40 per cento, creando l’abisso di oggi. I grandi elemosinieri dei candidati hanno dunque investito bene i propri soldi, vedendosi principescamente remunerati. Fra i 30 Paesi
dell’Ocse, l’organizzazione che censisce l’andamento economico e sociale delle principali nazioni sviluppate, gli Stati Uniti sono al ventisettesimo posto, tra gli ultimi, per distribuzione equa del reddito nazionale.
Eppure sono proprio i ritardatari, se non gli sconfitti, nella corsa al sogno coloro ai quali Romney, e i suoi finanziatori si rivolgono. L’abbagliante squilibrio di prosperità  fra gli “have” e gli “have not”, fra chi ha e al quale sarà  sempre più dato, e quelli che non hanno, ai quali sarà  tolto, è spiegato come l’effetto delle politiche stataliste delle Amministrazioni, come prodotto di uno “stato sociale” che ha anestetizzato metà  dei cittadini — il celeberrimo «47 per cento di parassiti che non si assumono la responsabilità  della propria vita» sfuggito a Romney in un fuori onda — in cambio di assistenza pubblica. L’America, spiegano gli ideologi della nuova destra repubblicana, sta ancora pagando gli effetti del New Deal Rooseveltiano e poi della Grande Società  paternalistica del democratico Johnson negli anni ‘60. I “produttori di ricchezza”, gli Atlante che sorreggono il mondo secondo la febbrile immaginazione della scrittrice russa Ayn Rand venerata dai nuovi repubblicani, sono messi nella impossibilità  di riversare sugli altri i benefici della propria creatività . Vanno liberati dalle catene del “socialismo” Obamiano.
Il sospetto che questa colossale operazione di risucchio della ricchezza nazionale verso l’alto, dalla classe media alle superclassi, che è stato l’esatto contrario della promessa reaganiana della colata verso il basso, porti in sé i semi della distruzione dell’edificio economico americano costruito sul consumo dei piccoli, non sulle cedole dei grandi con i portafogli (legali) in Svizzera e alle Cayman, non sembra sfiorare i perdenti. Per una decisiva porzione dell’elettorato di mezzo, intrappolato nel limbo sociale fra l’abisso e il cielo, che deciderà  anche questa corsa, la prospettiva di vedersi ridurre le tasse e di limitare la spesa pubblica per lo stato sociale (leggi: gli altri) sembra la strada maestra per tornare a sperare che la “scala mobile” del sogno si rimetta in moto, per sé e per i figli.
La proposta dei ricchi ai poveri è quella di lasciarli lavorare, di lasciarli arricchire ancora di più, di ampliare la “Grande Divergenza” perché dalla pantagruelica abbuffata dei miliardari cadano abbastanza resti per soddisfare anche gli esclusi dal banchetto. Lo stato sociale, la ridistribuzione del reddito, la protezione di più deboli sono anti-americani, anti-patriottici, anti-storici. È cosa, appunto, da alieni come quell’Obama.


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