Tobin tax a Geometria Variabile

I ministri finanziari della Ue riuniti a Lussemburgo dovevano decidere su una proposta formale avanzata da Francia e Germania a favore dell’imposta, chiamata anche Tobin Tax dal nome dell’economista americano James Tobin che per primo la propose. Per fare scattare la cooperazione rafforzata serviva il consenso di almeno nove Paesi: fino a lunedì sera, il sì era stato dato, oltre che da Parigi e Berlino, solo da Austria, Belgio, Grecia, Portogallo, Slovenia: sette Paesi. Ieri hanno dato il loro consenso — per adesso orale ma nelle prossime ore dovrà  essere messo per iscritto — anche Estonia, Slovacchia, Spagna e Italia.
Ora rimangono una serie di questioni di contenuto non indifferenti da decidere tra gli 11. Innanzitutto, l’aliquota di prelievo. La Commissione europea propone lo 0,1% su azioni e obbligazioni e lo 0,01% sui prodotti derivati (che scambiano enormi volumi). Ma i ministri interessati, non tutti della stessa opinione, hanno fatto sapere che useranno la proposta di Bruxelles solo come base generale. Poi si dovrà  stabilire su quali flussi applicarla. Inoltre, si tratterà  di decidere a quali usi andranno le entrate: anche qui le ipotesi avanzate dai diversi Paesi non sono per ora concordi. Infine, occorrerà  scegliere il sistema tecnico con il quale raccogliere l’imposta, problema non da poco.
La questione più rilevante, però, nasce dall’impossibilità  che si è registrata a fare blocco in tutto il continente sulla tassa proposta. Le due velocità  che si verranno così a creare significano che, probabilmente, molti operatori — soprattutto quelli maggiori, più sofisticati e con più mezzi — preferiranno effettuare i loro commerci finanziari nella già  fortissima Londra o ad Amsterdam, per eludere l’imposta. Dal punto di vista più politico, poi, questo è un nuovo passo nel nemmeno troppo lento processo di allargamento della Manica, cioè di sempre maggiore allontanamento della Gran Bretagna dai grandi Paesi del continente, soprattutto dell’Eurozona.
Il governo di Mario Monti è stato in dubbio fino alla fine sull’opportunità  di aderire, proprio mosso dal timore che la tassa possa restringere il volume italiano degli scambi di prodotti finanziari. «È stata una decisione non facile maturata negli ultimi giorni», ha spiegato l’ambasciatore presso la Ue Ferdinando Nelli Feroci. Il governo di Roma, ha aggiunto, «avrebbe preferito impegnarsi in un contesto più ampio».
Il presidente del Consiglio Monti ha dunque preferito non creare una frizione con Parigi e Berlino, che sulla tassa si sono spesi molto. Il presidente francese Franà§ois Hollande perché l’aveva promessa in campagna elettorale, con l’argomentazione che anche le banche e la finanza avrebbero dovuto pagare un conto nel pieno della crisi. La cancelliera tedesca Angela Merkel perché si era impegnata a sostenerla in un accordo con l’opposizione socialdemocratica al Bundestag in cambio di un voto favorevole sui salvataggi dei Paesi europei in crisi. Ora inizia la navigazione del provvedimento più amato dalle sinistre europee.


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