Cibo sano, che ossessione

Il padre fondatore (involontario) è stato Woody Allen. Non c’è film nel quale l’attore-simbolo delle nevrosi occidentali non guardi il cibo, qualsiasi cibo, con un’aria di paura mista a disgusto: «Non mangio mai ostriche. Il cibo mi piace morto. Non malato, non ferito, morto». Parente stretta dell’ipocondria e della rufofobia, la paura dello sporco, l’ortoressia, o mania del cibo giusto, è un’ossessione, ma forse sarebbe più esatto dire una moda, che non appena individuata è già  stata presa di mira da chi si sente sotto osservazione: vegani e crudisti prima di tutto, due categorie in crescita (sei milioni di italiani avrebbero già  rinunciato a carne e pesce, e tra questi il 10 per cento a qualunque cibo di origine animale), sportivi (per loro l’accoppiata tra performance e alimentazione è centrale), uomini e donne pazzi per la propria bellezza e “purezza” interiore. E se per Woody Allen la paura di quel che c’è nel piatto è dichiaratamente irrazionale, ironica e altalenante, un po’ come quella per il sesso, la deriva maniacale dei nuovi guerrieri del cibo non lascia superstiti.
Si trasforma in una “caccia al veleno” che finisce col far perdere gusto, piacere, passione. Si riconoscono al supermercato, dove passano lunghi momenti a scrutare le etichette, nei negozio bio dove interrogano a fondo commesse sfinite, in ufficio dove arrivano con contenitori più o meno griffati pieni di verdurine fatte cuocere a casa. E al ristorante, dal quale potendo si astengono e dove comunque si sentono a disagio. Il fenomeno è in crescita. Lo dicono due ricerche recenti, una italiana dell’Università  di Catanzaro e una olandese degli scienziati Robert Saper e David Eisenberg i cui risultati sono stati presentati all’International research congress on integrative medicine and health di Portland. E lo confermano le stime del ministero della Salute in Italia: su tre milioni di persone che soffrono di disturbi del comportamento alimentare il quindici per cento è fatto di ortoressici. Le percentuali sono in crescita ovunque. La parola è stata usata per la prima volta nel 1997 da Steven Bratman, ma dodici anni più tardi è stata riconosciuta ufficialmente dal governo inglese, mentre in Italia il report più recente arriva dai ricercatori del Dipartimento di Scienze della salute dell’Università  Magna Grecia di Catanzaro (“Ortoressia nervosa: un disturbo alimentare frequente negli atleti”) che fa emergere come il 15 per cento degli sportivi sia a rischio.
Denunciati i rischi, sono arrivate le contromosse. Ettore Pelosi, medico nutrizionista torinese e maratoneta, è stato tra i primi diplomati del master in nutrizione vegetariana e vegana dell’Università  Politecnica delle Marche (l’unico in Italia, mentre corsi simili sono frequenti negli atenei californiani, anche sotto la spinta della Vegan Society). «Lo sport — spiega Pelosi — ci spinge a riflettere su quel che mettiamo nel piatto, sulle sostanze che ci servono e sulle scelte più sane. Di lì, il passo è breve: molti miei pazienti fanno attività  agonistiche e hanno abbandonato la bistecca, il mio compito è costruire con loro una dieta equilibrata. Quanto a me, mi ritengo un onnivoro selettivo: non ho firmato un contratto con l’impegno a non mangiare carne o pesce, più semplicemente voglio conoscere a fondo l’origine dei cibi che consumo».
Già . Ma consapevolezza e fobia sono due cose ben diverse: anche i 220.000 visitatori del Salone del Gusto appena concluso a Torino sono alla ricerca dei cibi “buoni, puliti e giusti” alla base della filosofia di Slow Food, ma sono altrettanto disposti a concedersi qualche strappo alla regola, e non si preoccupano (come i veri ortoressici) che il piatto in cui mangiano non sia mai stato neppure toccato da un cibo “cattivo”. Secondo Lorenzo Maria Donini, docente di Scienza dell’alimentazione alla Sapienza, i sacerdoti del cibo “puro” procedono per eliminazione: «Si comincia con una prima categoria e si continua con le altre: via la verdura del supermercato che potrebbe contenere pesticidi, via il latte a lunga conservazione, via il burro, via lo zucchero… Un po’ come le psicosi collettive che avvengono in occasione di epidemie come “mucca pazza” o l’influenza aviaria. Ma quelli sono comprensibili, si tratta di comportamenti temporanei. Più attenzione occorre invece quando una persona si comporta così per mesi o per anni».
Un filosofo come Roberto Esposito chiama l’ossessione per l’autotutela, la stessa che potrebbe portarci a vivere in una capsula sterile per arrivare a cento o centocinquant’anni (nella noia più mortale) il “paradigma immunitario”. «Il rafforzamento delle procedure di protezione della vita — osserva Esposito — rischia di capovolgersi nel loro contrario, facendo ammalare la vita». La paura di mangiare, di contaminarsi, di non scoprire il nemico nascosto in un’insalata apparentemente innocente o in una pizza debordante di glutine, sale e farina bianca fa male anche alle relazioni sociali: un invito a cena si trasforma in un incubo, un viaggio è fuori discussione (o si affronta con la valigia piena di barrette della marca preferita), il frigorifero della fidanzata assomiglia alla grotta delle streghe. Della fidanzata, perché la nuova ossessione, a differenza della più diffuse e conosciute anoressia e bulimia, sembra colpire soprattutto i maschi. Ne soffrono le neo-mamme, è vero, che tuttavia “guariscono” spesso a contatto con una routine nannapappa- casa-ufficio che non consente troppi distinguo. I Peter Pan da palestra, invece, coltivano con cura la propria nuova nevrosi: «In due mesi ho combinato due cene con altrettanti compagni del mio corso di zumba dance — racconta su www.pianetadonna fannysingle, quarantenne milanese — Il primo era astemio e non mangiava farinacei, il secondo era vegano e ha scelto lui un ristorante da suicidio. Mi chiedo: che cosa è cambiato da quando andavamo al liceo e i ragazzi si abbuffavano mentre noi cercavamo di dimagrire?».
Un’ottima domanda, che ne nasconde un’altra: e se anche questo fosse uno dei tanti terreni dove maschi e femmine si sono scambiati i ruoli? E l’ortoressico impegnato a restare immacolato nello stomaco e nell’anima non fosse altro che l’erede di quella vecchia zia che si lavava le mani venti volte al giorno? A lui, a loro, spiegano le ricerche di Donini, non interessano più sapori e aromi, in compenso la memoria per le calorie dei singoli cibi e per la loro percentuale di grassi saturi e insaturi cresce giorno dopo giorno. Gli amici rifiutano il contagio, e a poco a poco se ne vanno, dopo essere stati accusati di essere “persone che non sanno volersi bene”. Paola Vinciguerra e Giorgio Calabrese, una psicoterapeuta e un nutrizionista, indicano nel loro “Stress & dieta” (Kowalski) i passi falsi da evitare per non cadere nel nuovo disturbo: smettere di vivere correndo, avere un approccio più naturale col cibo e proporlo ai figli, fare colazione e non usare i pasti come sostituto di altri piaceri. I soliti consigli? In un certo senso sì, perché l’ortoressico non è altro che l’ultimo arrivato in una famiglia che comprende chi di notte svuota il frigo, chi si punisce digiunando, chi chiede al cameriere di dire al cuoco di non tagliare l’insalata, chi teme di non avere abbastanza forze da spendere in palestra (vigoressia, o bigoressia, secondo i casi). C’è posto per tutti, a condizione di non ammalarsi, di non stravolgere la vita dei figli e di non fare proseliti. A ognuno la sua personalissima nevrosi alimentare.


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