Coca Cola light o Dr Pepper Le due Americhe alla conta

Qui, nel seguito di Romney, la Cnn è roba da «liberal» quindi quasi comunisti, Hollywood è Sodoma e Gomorra, la Nba un club per soli neri; e al comizio di Miami, mercoledì scorso, l’unico nero era il guardaspalle con cravatta rossa, il colore del partito repubblicano. I militanti lo chiamano GOP, con un aggettivo desueto — Grand — che la maggior parte degli americani non ha mai usato in vita sua, e un altro — Old — che significa «vecchio».
Se i repubblicani, nonostante Obama abbia deluso, rischiano di non conquistare la Casa Bianca, non è perché rappresentino il partito dei ricchi. Anzi, sono più che mai in sintonia con l’anima profonda del Paese, che diffida dello Stato, del governo, degli avvocati, degli intellettuali (e Obama è il capo dello Stato e del governo, è avvocato, e guadagna come scrittore 15 volte più che come presidente). Se votassero solo i maschi bianchi adulti, Romney vincerebbe pure in molti Stati democratici. Ma per Obama voteranno la maggioranza delle donne, la grande maggioranza dei latini, la grandissima maggioranza dei neri. I pensionati sono (51% a 43) per Romney, ma i giovani sotto i 29 anni sono (58% a 36) per Obama; anche se è sembrato di cattivo gusto lo spot in cui Lena Dunham, la protagonista della serie tv Girls, dice «la prima volta fallo con Barack»; ed è stata criticata la trasmissione della tv per ragazzi Nickelodeon, che ha invitato i bambini a scegliere il presidente (ha vinto Obama 65 a 35). Se poi a decidere fossero gli stranieri, Obama vincerebbe quasi ovunque; secondo la Bbc, Romney avrebbe l’appoggio solo del governo israeliano e dell’opinione pubblica pachistana. Il mondo e in particolare l’Europa fatica a capire l’America repubblicana, e per rendersene conto basta leggere i due elenchi dei sostenitori.
Tutte, ma proprio tutte le star globali del cinema e della musica (tranne Clint Eastwood e Chuck Norris) finanziano e coccolano Obama. George Clooney organizza cene, Will Smith pranzi. Alec Baldwin ha definito gli uomini di Romney «ladri e bugiardi», Cher «una banda di razzisti omofobi e misogini». Madonna è stata fischiata per aver invitato a «votare Barack» dal palco di New Orleans, Stevie Wonder ha cantato per Michelle ieri in Florida, Bruce Springsteen lo farà  per il marito l’ultimo giorno in Wisconsin. Per Romney si sono espressi invece Jon Voight, padre di Angelina Jolie, la signora Jane Pitt, madre di Brad, Scott Baio, il cugino di Fonzie in Happy Days, il musicista Hank Williams e il cantante Kid Rock. In America però non c’è bisogno di spiegare chi siano; perché Williams è un mito del country, e Kid Rock ha venduto 30 milioni di cd, oltre ad aver sposato Pamela Anderson.
Rispetto a 4 anni fa, il mondo di Obama ha perso pezzi. Ad esempio le banche e la finanza. Nonostante il Dow Jones nell’ultimo anno sia cresciuto dell’8%, Wall Street non ha perdonato al presidente né le nuove regole, né la definizione di «fat cats», gatti grassi, affibbiata ai banchieri. Nel 2008 JP Morgan Chase, Citigroup, Bank of America, Morgan Stanley avevano puntato 3 milioni e mezzo di dollari su Obama; stavolta li hanno dati a Romney. Goldman Sachs era tradizionalmente vicina ai democratici; oggi «nessun’altra grande impresa americana sta facendo di più per sconfiggere il presidente». Parola del Wall Street Journal, gioiello della corona di Rupert Murdoch; e nessun altro magnate, tranne forse Donald Trump, sta facendo di più per sconfiggere il presidente.
Il rimprovero che il suo mondo rivolge a Romney è non essere abbastanza aggressivo. E in effetti lo stile dei comizi finali è quello dell’uomo d’affari, pacato e pragmatico, che non fa rivoluzioni ma risolve problemi. Romney ha corteggiato i liberisti del Tea Party ma non li ha mai sedotti. È iscritto alla Nra, National Rifle Association, la lobby delle armi, ma precisa che «la Nra non ha sempre ragione». Ha l’appoggio dell’American Enterprise Institute e dei think-tank che hanno elaborato il pensiero neoconservatore dominante negli anni di Bush, ma non è più tempo di avventure militari, Romney non va oltre il generico patriottismo del suo libro No apology. The Case for American Greatness, che si può tradurre «Non dobbiamo chiedere scusa. La ragione della grandezza americana». Nell’editoria pesca molto in alto e molto in basso. È sostenuto dalle riviste d’élite che lanciano le parole d’ordine ripetute dall’immensa rete di radio locali. Al vertice, la Claremont Review of Books di Charles Kesler, la National Review di Bill Kristol; alla base, il radio predicatore Rush Limbaugh, definito da Romney «voce potentissima, l’unico posto dove potevamo andare dopo aver perso il Congresso e la Casa Bianca». I giornali sono invece in gran parte per Obama. Accanto al New York Times sono schierate con lui una miriade di testate dai nomi immaginifici:The Youngstown VindicatorThe Keene SentinelThe Patriot News…. La direttrice di Vogue, Anna Wintour, non perde un party per Obama, e potrebbe essere ricompensata con il posto di ambasciatore a Londra. InveceNewsweek, diretto da Tina Brown, gli ha sparato contro in copertina. Un mese dopo ha chiuso.
Le grandi religioni sono politicamente divise, anche al loro interno. Gli evangelici a lungo hanno considerato i mormoni una setta quasi diabolica, ma ora detestano di più i democratici. I cattolici voteranno in leggera maggioranza (49% a 47) per Obama, ma le gerarchie sono con Romney, dal cardinale di New York Timothy Dolan all’astro nascente, l’arcivescovo di Philadelphia Charles Chaput, di origine pellirossa, discendente della tribù di indiani Potawatomi. Gli ebrei restano fedeli ai democratici (70% contro 25), nonostante la tensione con Netanyahu. Mobilitati i mormoni, che sono anche una lobby economica — dagli hotel Marriott alla compagnia aerea Jet Blue — e un centro di elaborazione culturale, con una propria università  â€” la Brigham — e forti presenze ad Harvard e a Stanford. Romney ha studiato in tutti e tre i posti, a Stanford partecipò anche a un corteo per la pace, sia pure in giacca e cravatta (se è per questo è andato anche in galera, per un alterco con un ranger che voleva impedirgli di mettere la sua barca nel lago Cochituate).
L’America di Obama — si è detto con ragione — è quella aperta al mondo globale, che il presidente di padre africano e cresciuto in Indonesia riassume nella propria biografia; mentre Romney usa l’Europa — ieri in particolare l’Italia — come esempio negativo, e paga uno spot in cui un cinese fa ridere una platea di connazionali dicendo che «abbiamo comprato il debito degli americani, così ora lavorano per noi». Ma la vera differenza non è l’idea del mondo, ma l’idea dell’America. Per Obama l’America è un popolo, e il governo deve badare a chi non ce la fa, ospitarlo, mantenerlo, curarlo. Per Romney l’America è un territorio. Che i padri hanno liberato dagli inglesi, comprato da Napoleone, conquistato agli spagnoli, strappato ai messicani, conteso ai Sioux, difeso dai clandestini. Chi riesce a entrare ha la propria opportunità ; ma non pretenda che gli si paghino la casa, il cibo, la salute; che non sono diritti, ma beni. Questa seconda idea di America potrebbe non prevalere martedì prossimo nelle urne; ma, ci piaccia o no, non è certo minoritaria.
Aldo Cazzullo


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