Gaza. Ancora panico e sangue

GAZA. «Pronto? Ciao, sono qui a Jabaliya, ho visto una strana luce alzarsi verso il cielo e poi scendere lentamente. Mica (gli israeliani, ndr) stanno usando (le munizioni al, ndr) fosforo bianco come quattro anni fa?». «Scappano, centinaia di famiglie stanno scappando in preda al panico verso Gaza city, temono un attacco». Poi in serata, «stanno entrando i carri armati, da Erez e avanzano verso Umm al Nasser». Un allarme rientrato poco dopo ma che spiega bene la preoccupazione enorme che regna tra i palestinesi.
Con il segretario di stato Usa Hillary Clinton e il segretario generale dell’Onu Ban ki moon a Gerusalemme per colloqui con il premier Netanyahu, è difficile che i tank entrino a Gaza. Ma queste missioni durano poco e l’opzione dell’offensiva di terra restava ieri sera tra le carte a disposizone di Israele.
Per tutto il giorno i media locali e internazionali hanno passato il tempo a raccontare il balletto interminabile degli annunci di tregua tra Israele e Hamas, conferme e smentite a ripetizione fino a sera, mentre Gaza ha vissuto una delle sue giornate più insanguinate, con un lungo elenco di morti civili, attacchi su abitazioni, nelle strade (6 morti in un colpo solo), ovunque. Sarebbero stato uccisi anche sei collaborazionisti ieri, da parte delle Brigate Ezzedin al Qassam (Hamas).
I raid aerei non si sono arrestati mai, neanche per un’ora. E a sera la Marina militare ha aperto il fuoco: decine di cannonate su vari punti della costa, specie al nord. «Non c’è altro Dio oltre Dio», scandivano ieri mattina centinaia di giovani ai funerali di Fuad Hijazi e dei suoi due figli, sterminati sabato sera da un missile sparato sulla sua misera abitazione tra Beit Lahiya e il campo profughi di Jabaliya. Per quale motivo nessuno lo sa. Fuad, dicono tutti, non faceva parte di alcuna organizzazione, era un semplice lavoratore. Della famiglia Hijazi ora rimane in vita solo Amna, la madre, ricoverata in condizioni critiche all’ospedale Shifa di Gaza city. Tante famiglie palestinesi si chiedono il “perché” di tutto questo.
Poche ore di cauto ottimismo
Fino a ieri mattina Gaza city era stata una città  un po’ meno fantasma rispetto ai giorni scorsi. Hanno circolato più taxi e automobili, ha riaperto qualche negozio e la gente ne ha approfittato per fare provvista. Una boccata d’aria dopo un’altra notte difficile. I boati delle esplosioni delle bombe sganciate dai cacciabombardieri israeliani e le cannonate sparate dal mare dalle unità  da guerra, hanno tenuto tutti svegli.
Il cauto ottimismo del mattino, figlio delle voci sull’accordo di tregua, è durato solo poche ore. Nel tardo pomeriggio sono piovuti volantini, lanciati da aerei israeliani, che invitano i palestinesi che abitano nel nord della Striscia a lasciare le loro abitazioni per dare alle forze armate dello Stato ebraico alcune ore di tempo per «operare» in quelle zone. La risposta di Hamas non si è fatta attendere. Il ministero dell’interno del movimento islamico palestinese ha definito i volantini «propaganda per terrorizzare Gaza» e ha invitato le famiglie a rimanere nei loro villaggi. «Non curatevi di quei volantini. Fatevi beffe dei sionisti», ha insistito poco dopo radio al Aqsa, l’emittente di Hamas. «Forse è solo pressione psicologica – ha commentato Hussein, uno studente di 20 anni -, per costringere Hamas a firmare un accordo di tregua svantaggioso. Potrebbe però essere anche l’inizio dell’invasione di terra».
È il momento dell’unità 
Le rassicurazioni del governo non hanno fermato tante famiglie dell’area tra il valico di Erez, Beit Lahiya, Beit Hanoun e Jabaliya che hanno abbandonato precipitosamente le proprie case per raggiungere Gaza city in cerca di rifugio. Centinaia di persone sono entrate negli edifici scolastici portandosi dietro materassi e coperte. E quando le scuole non hanno avuto più spazio, tante altre si sono dirette verso le moschee. «Israele accusa i palestinesi di lanciare razzi ma i civili non sono responsabili di tutto ciò – spiega Samer, muratore e padre di sei figli – io non combatto, sono un lavoratore. E come me sono quasi tutti i palestinesi, gente qualsiasi. Israele non ha il diritto di colpire le persone innocenti».
In passato non sono mancate anche critiche palestinesi ad Hamas e ai gruppi armati che lanciano razzi verso Israele. Tuttavia con Gaza sotto attacco, ora tutti le mettono da parte. «Questo è il momento in cui i palestinesi devono essere uniti e devono dimenticate le loro differenze» diceva ieri un commerciante. A Gaza le attività  economiche sono ferme ormai da una settimana, quasi tutti i negozi rimangono chiusi. Centinaia di persone sostano in fila davanti ai pochi distributori di benzina. Pochi girano in auto ma tutti cercano di procurarsi il carburante. «Parlano di tregua ma io non ci credo – diceva un giovane insegnante – questa guerra andrà  avanti ancora a lungo e preferisco tenere da parte un po’ di carburante per il futuro, per giorni persino peggiori di questi».
Trattative ancora in corso
Sulla tregua le notizie in serata rimanevano confuse. «La parte egiziana, che è garante, non ha ancora ricevuto la risposta di Israele sulle richieste delle fazioni palestinesi per una tregua a Gaza», ha detto Fawzi Barhoum, portavoce di Hamas, in un collegamento televisivo in diretta. «I negoziati sono ancora in corso, affinché lo stato ebraico assecondi le condizioni della resistenza», ha aggiunto, precisando che «i razzi non si fermeranno fino al raggiungimento dell’accordo e d’altronde anche Israele continua i suoi raid».
Secondo il canale televisivo al-Jazeera ieri in tarda serata era in corso una riunione tra il capo dell’intelligence egiziana, il generale Mohamed Rafat Shahata, e i rappresentanti di Hamas e Jihad Islamica. Israele, sostenevano fonti palestinesi, non intende fare marcia indietro, vuole conservare il «diritto all’attacco preventivo», ossia ad assassinare esponenti di Hamas e non solo, sospettati di pianificare o di aver pianificato «azioni terroristiche».
Nonostante gli annunci, il cessate il fuoco rimaneva un miraggio la scorsa notte. Le due parti continuavano a scambiarsi dure accuse e, più di tutto, ad accreditarsi la vittoria di questa breve e intensa guerra costata la vita a 133 palestinesi, fino a ieri sera, e a 5 israeliani.


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