IL DINOSAURO TRA LE MACERIE

Un gruppo dirigente tremebondo e allo sbando, per anni incapace di un pensiero autonomo, tenuto in ostaggio da un vecchio caudillo al tramonto.
Quella di Berlusconi è la tragedia di un uomo confuso. Le sue parole galleggiano nel vento, in una spirale vorticosa di nonsensi e di contraddizioni. Le sue conferenze stampa sono un misto tra il Teatro dell’Assurdo di Jonesco e la Deriva Situazionista di Debord. Nel videomessaggio di Villa San Martino annuncia il ritiro definitivo dalla scena (nuovo «gesto d’amore per l’Italia»), sostiene le primarie e rilancia Alfano. Nell’intervista al Tg5 dopo la condanna a 4 anni nel processo Mediaset proclama la sua ridiscesa in campo («contro la dittatura dei magistrati »), affonda le primarie e ignora Alfano. Nell’editto di Villa Gernetto nega una sua corsa alla premiership (ma non il suo ingresso in Parlamento), ripesca le primarie, riabilita Alfano e ipotizza una sfiducia a Monti.
Ora, nell’one-man-show di Palazzo Grazioli, glissa sulla sua candidatura, («serve un Berlusconi del ’94»), boccia drasticamente le primarie «inutili e tutt’altro che salvifiche», sconfessa pubblicamente il povero Alfano. E divaga, elude, cerca capri espiatori. Per coprire i conclamati fallimenti del suo governo, si avventura in una spiegazione illogica e grottesca sul «disgusto della gente per la politica», che sarebbe nato «per colpa del governo dei tecnici». Salvo rimangiarsi di nuovo tutto, solo un’ora dopo, nella cervellotica conferenza stampa in cui accetta le primarie, si modera su Monti e rifà  pace con Alfano (ma non certo con la coerenza).
Cosa possa nascere, da questa forsennata entropia tattica e psicologica, è impossibile capirlo. E come possa rinascere, da questa dissennata miseria politica e strategica, un centrodestra «normale » compiutamente conservatore e finalmente europeo, è impossibile immaginarlo. La morte del Pdl? È già  nei fatti, e non solo sul piano simbolico. Una nuova «creatura» partorita dalla mente del Cavaliere, che non per caso minaccia «vedrete, tirerò fuori un dinosauro dal cilindro»?
A parte il lapsus evidente (un dinosauro, per quanto enorme, è il simbolo della preistoria, non del nuovo che avanza) questo sarebbe l’atto finale di una messinscena che non aiuta né il Paese né il centrodestra, ma serve all’Unto del Signore per continuare a difendersi dai processi, dimostrando a se medesimo e alla sua corte dei miracoli che dopo di lui c’è solo lui stesso. La verità  è che Berlusconi, a cinque mesi dalle elezioni del 2013, non sa dove andare. Eppure ci va. Creando un continuo scompiglio nella sua metà  campo. E risucchiando nel suo abisso privato l’intero partito che lui stesso ha forgiato, a freddo, sul Predellino di Piazza San Babila. Come il morto che afferra il vivo.
Quella di Alfano, di fronte a tanta decomposizione e dissipazione, è la commedia di un leader a sua volta mai nato. Per la prima volta nella sua vita, ora Angelino prova a combattere a viso aperto la «battaglia del quid». Per non fare la solita fine del tonno, il delfino accenna a una ribellione nei confronti del Cavaliere, che prima lo designa, poi lo delegittima. La sua reazione stizzita, nella forma e nella sostanza, è un promettente segnale di «esistenza in vita».
Dire in faccia al più colossale e triviale raccontatore di barzellette della Prima e della Seconda Repubblica «non possiamo fare la fine dei barzellettieri » (o dei barzellettati, fa lo stesso) è come varcare un Rubicone finora mai varcato da nessuno, in quel partito personale e padronale. Gridare «non stiamo a inseguire i gelatai» è un azzardo che ricorda quasi le invettive di Rino Formica contro i «nani e ballerine» del Psi dell’ultimo Craxi. Ripetere «non voglio essere designato al nulla» è quasi il gesto di «lesa maestà » di un aspirante al trono che non vuole aspettare l’investitura ipotetica dal suo sovrano, ma vuole conquistarsela sul campo combattendo qualche guerra, se serve.
Benché timida, e ancora tutta da misurare, questa è la prima prova di leadership che Alfano cerca di esercitare, non più «secondo» la volontà  del suo Capo. Ed è un bene, almeno sul via libera alle primarie, che la prova sia riuscita, e che almeno per ora Berlusconi si sia acconciato ad un sofferto passo indietro. Ma è troppo presto, per dire che siamo a una svolta: lo dimostra la scena muta alla quale l’ex premier ha ridotto il segretario, proprio nella conferenza stampa successiva all’ufficio di presidenza.
Ed è al tempo stesso troppo tardi, per immaginare che Alfano sia riuscito a riesca in quel miracolo che gli infaticabili corifei berlusconiani sognano
per lui, e cioè «prendere sulle spalle un Reame fantasioso, guidato dal carisma dispotico e pop del Cav., e trasformarlo in una Repubblica disciplinata ». Questa è davvero una missione impossibile. Prima di tutto, perché il «Reame fantasioso» è stato in realtà  un quasi Ventennio disastroso. E poi perché non si può ereditare il «carisma dispotico del Cav.» con il suo consenso. Se esiste davvero un centrodestra che vuole costruire una «Repubblica disciplinata» andando «oltre» Berlusconi, deve trovare una volta per tutte il coraggio di farlo mettendosi «contro» Berlusconi. Non c’è altra via, se si vuole ricostruire qualcosa tra quelle rovine.


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