Il «canto del cigno» di Hu Jintao delude

Nessuna emozione e soprattutto nessuna sorpresa nel «canto del cigno» di Hu Jintao. La relazione con cui il leader cinese ha aperto il 18esimo Congresso del Pcc, l’ultimo a cui partecipa come segretario e capo dei capi, ha deluso chi si aspettava aperture ed eredità  innovative per la Quinta Generazione, che da ieri ha iniziato la sua presa di possesso delle leve di comando. Né poteva essere altrimenti. Non solo per il carattere algido del personaggio, ma anche perché indicare altre strade avrebbe sconfessato quella percorsa negli ultimi dieci anni da quando Hu, in coppia con il premier Wen Jiabao, guida il paese.
Ma stavolta molti speravano che la situazione del paese ispirasse l’indicazione di un cambio di rotta. Così non è stato. Il segretario uscente non si è sottratto all’enunciazione degli enormi problemi da risolvere, ma l’elenco non differiva da quello già  esposto nel Congresso precedente, se non per un senso di urgenza dovuto all’aggravarsi dei problemi. Le soluzioni, pare di capire, bisognerà  continuare a cercarle nel solco già  tracciato. Tale era l’attesa del cambiamento, che alcuni media internazionali si sono rammaricati persino del rituale minuto di silenzio iniziale dedicato dal Congresso a padri della patria come Mao, Zhou Enlai e Liu Shaoqi.
Ed è stato smentito in pieno chi aveva previsto una cancellazione, o un ridimensionamento, dei riferimenti al marxismo-leninismo e al pensiero di Mao nello Statuto del Partito. Quei riferimenti restano, in compagnia dell’ultimo arrivato, la «prospettiva scientifica sullo sviluppo», parto della leadership uscente insieme alla «società  armoniosa». Lo «sviluppo scientifico» si aggiunge alla «teoria» di Deng e all’ «importante Pensiero delle Tre Rappresentanze», lascito di Jiang Zemin. E’ ancora il tempo dell’accumulo, non della falcidia, e questa è già  un’indicazione dell’aria dei tempi.
In un tripudio di rosso e sotto un’enorme falce e martello, davanti a oltre 2000 delegati, Hu Jintao ha esposto il bilancio del suo mandato e tracciato la conseguente road map parlando per oltre un’ora e mezza. Un documento non certo improvvisato, da mesi passato al setaccio dalla nomenclatura del partito, pesato al bilancino e corretto non meno di una cinquantina di volte rispetto alla versione originale (così accadde nel 2007 in occasione del precedente Congresso, meno decisivo dell’attuale). In questo senso, un documento corale e sicuramente di compromesso, dunque rappresentativo del massimo comune denominatore sul quale il Pc cinese può concordare in questo momento. La presenza dell’anziano, ma ancora potente Jiang Zemin al fianco di Hu ne è una conferma. Il vecchio presidente, dato qualche mese fa per morto, non deve avere amato troppo la distruzione di Bo Xilai e non vuole lasciarsi sfuggire di mano nulla.
Quello che emerge dal discorso di Hu è innanzitutto una preoccupazione sempre più accentuata per la corruzione e l’«integrità  politica». Combattere l’una e ricostruire l’altra è il compito che aspetta i vertici e i funzionari che verranno (è un cambiamento di personale vasto, pari ai due terzi dei quadri, quello che si prepara a tutti i livelli). Un fallimento in questa battaglia «potrebbe rivelarsi fatale» perché può derivarne «il collasso del partito e la caduta dello stato». Da qui la raccomandazione agli alti funzionari di «esercitare una severa autodisciplina e rafforzare l’educazione e il controllo sulle loro famiglie e i loro staff» mentre «loro stessi non dovrebbero mai cercare alcun privilegio». Pervasiva e bollente a tutti i livelli, la questione della corruzione è tracimata dopo la caduta in disgrazia del capo del Pc di Chongqing, Bo Xilai, che ha aperto una guerra intestina. L’ultima vittima eccellente è stato il premier Wen Jiabao, i cui lucrosi affari di famiglia sono stati minuziosamente esposti dal New York Times. Solo dall’interno, e da luoghi ben addentro al potere, potevano infatti provenire i documenti dell’inchiesta del quotidiano Usa. Lo stesso dicasi delle rivelazioni sui commerci di un’altra famiglia eccellente, addirittura quella del prossimo capo dei capi, Xi Jinping, diffuse da Bloomberg nel giugno scorso.
Ma se le insidie e i pericoli vengono dal cuore stesso del Partito, meglio rinserrare le fila. Di qui anche la stretta ideologica che ha spinto il segretario uscente a chiarire che la Repubblica popolare, anche se potrà  «attingere alle conquiste politiche di altre società » tuttavia «non copierà  mai un sistema politico occidentale» riaffermando così il percorso cinese: «non cammineremo mai su una strada chiusa e rigida, ma neppure imboccheremo la cattiva strada del cambiamento delle nostre bandiere e e dei nostri vessilli». D’altra parte il titolo del rapporto era «Marciare saldamente sulla via del socialismo con caratteristiche cinesi (espressione che è ricorsa per 78 volte nel corso della relazione) e impegnarsi a costruire una società  moderatamente prospera sotto ogni aspetto».
Certo non foriero di voli pindarici, l’enunciato di Hu non chiarisce tuttavia come si potrà  arrivare a uno sviluppo «più bilanciato, coordinato e sostenibile», mantra spesso recitato dalla leadership cinese e da lui ripetuto ieri, soprattutto se si prevede di mantenere un tasso di crescita che dovrà  comunque portare entro il 2020 a un raddoppiamento del Pil del 2010 . La Cina oltretutto deve fronteggiare le proprie dimensioni, che complicano ogni aspetto. Le aspettative crescenti dei cinesi nei confronti del sistema esasperano infatti tutte le questioni riguardanti l’ambiente, la sanità , la casa, la sicurezza alimentare; settori nei quali i problemi, ha ammesso Hu, sono «notevolmente aumentati».
Oltre la retorica, ci vorrebbe forse una riflessione diversa sulle «caratteristiche cinesi» che lo sviluppo di un paese-continente come quello dovrebbe avere, ma né il discorso di Hu, né il piano quinquennale approvato nel marzo scorso, che comunque impegna anche la prossima leadership, la prefigurano. Il rallentamento della crescita, quest’anno al 7,5%, porterà  forse un lampo di saggezza.


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