La firma dell’Egitto sulla pace di Obama

GERUSALEMME — Otto giorni di fuoco, e poi? Dice un proverbio kenyota: finché i leoni non avranno i loro storici, la storia della caccia continuerà  a glorificare i cacciatori. Quando questa guerra si ferma, in attesa della storia, il cacciatore più celebrato dalle cronache è il presidente Obama: ha finalmente ripreso in mano il dossier israelo-palestinese, disinnescando la prima crisi del suo secondo mandato. «Questa guerra ci ha ripetuto che in Medio Oriente c’è uno scontro fra sciiti e sunniti. E che Obama ha chiamato tutti a una scelta di campo…», è l’analisi del politologo Nahum Barnea: «Anche Hamas è a un bivio. Deve scegliere se stare con l’asse sciita dell’Iran e dei suoi protégé, Hezbollah e Siria, ricevendo missili, armi e denaro. Oppure se passare all’asse sunnita dell’Egitto, dei sauditi, della Turchia, della Giordania, del Golfo, dell’Autorità  palestinese di Ramallah, ottenendo un riconoscimento politico, una sovranità  tutelata, un’immunità  dagli attacchi israeliani. Non è ancora chiaro che cos’abbia scelto. Però è chiaro che quest’accordo può essere un segnale».
La storia dei leoni può aspettare. Se la tregua regge, elenca l’analista politico Itamar Eichner, tutti sembrano aver cacciato qualcosa. L’Egitto, che recupera l’antico ruolo di playmaker della regione, scavalcando le ambizioni del turco Erdogan (inviso a Israele) e dell’emiro del Qatar, il cui attivismo preoccupava gli altri Paesi del Golfo: «Morsi è un vincitore. Ottiene in cambio quasi 5 miliardi del Fondo monetario, che agognava, e consolida il rapporto con Washington. Anche se qualche problema potrebbe nascere dai malumori interni». Quanto a Israele, voleva dimostrare di proteggere il fronte interno e, con l’85% dei razzi intercettati da Iron Dome, ce l’ha fatta: «Distrugge il 30% dell’arsenale di Gaza, perdendo due soli soldati. Colpisce 1.500 infrastrutture di Hamas, provocando meno vittime civili di quattro anni fa. Scarica sull’Egitto la responsabilità  della tregua e insieme instaura un rapporto col dopo-Mubarak, salvando al momento gli accordi di Camp David e le forniture di gas egiziano, che l’opinione pubblica cairota vorrebbe rivedere. Magari riesce pure a introdurre una buffer zone intorno a Gaza, per evitare rapimenti d’altri soldati…».
Anche Hamas, però, ha il suo bottino di guerra: «Colpendo Tel Aviv — dice Eichner —, riesce dove solo Saddam aveva osato. E poi dimostra una forte capacità  di rigenerazione: l’uccisione del capo militare, Jabari, non ne ha scalfito la forza, anzi. In più, va al negoziato senza il coltello alla gola e agli occhi del mondo arabo può dire d’avere bloccato l’attacco di terra, costringendo Israele a firmare. Ottiene anche lo stop agli omicidi mirati e, di fatto, un allentamento del blocco. Hamas sembra anche avere recuperato popolarità  e zittito i dissensi interni al movimento». E i palestinesi di Ramallah, gli sconfitti di sempre? A fine mese, s’andrà  al voto Onu sull’ingresso della Palestina a Palazzo di Vetro, ma Abu Mazen non ha ascoltato l’appello d’Hillary Clinton a rinviare… «Hamas, col realismo di Khaled Meshaal, ci ha esortato ad andare avanti — analizza Nemir Hammad, consigliere politico del presidente palestinese — e credo che arriveremo a un risultato. Questa crisi può essere una grande opportunità  per riconciliare finalmente Fatah e Hamas, ridando unità  al nostro popolo. Io non credo che Israele abbia grande interesse a un cessate il fuoco, la metà  dei suoi ministri è fatta di coloni. Non vuole una soluzione ai due Stati, che resta il vero problema di fondo». Infine, cacciatrice esausta e felice, c’è anche Hillary Clinton. Spedita dall’Estremo al Medio Oriente per la sua ultima, più rognosa missione, martedì sera era atterrata a Gerusalemme col volto livido di chi si giocava il banco all’ultima carta: bluff o no, se ne torna a casa con le tasche piene.
Francesco Battistini


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