“Ma la lobby dei banchieri non rinuncerà  al suo potere”

«Punire l’establishment finanziario e i ricchi? Non ci sono ancora le prove che Obama voglia intervenire con tanta fermezza. Io vedo un presidente ancora soggiogato da Wall Street». Ad esprimere quest’opinione controcorrente è uno degli economisti di più provata fede democratica, con un cognome che è una garanzia: James Galbraith, 60 anni, docente all’università  del Texas, figlio di quel gigante del novecento che era John Kenneth, consigliere economico di John Kennedy e riferimento del partito dell’asinello per decenni. «Intendiamoci – chiarisce subito – io ho votato Obama con grandissima convinzione. Aveva di fronte un personaggio che prometteva mirabolanti performance finanziarie all’America in cambio della rinuncia a buona parte del welfare e dell’intervento pubblico. Per fortuna la gente non gli ha creduto».
Non a caso la finanza ha appoggiato Romney. E allora, professore?
«Gli sarebbe andata ancora meglio, forse. Ma anche con Obama non hanno nulla da temere né da perdere. Lo chieda ai magistrati di New York, quali acrobazie devono fare ogni volta che vogliono incastrare qualche delinquente finanziario e chiedono la collaborazione del governo federale. Sabotaggio alle inchieste, questa è la parola giusta ».
Ma allora perché Obama ha convocato tutte le parti sociali tranne i banchieri?
«Ma cosa c’entra? Ha convocato chi era interessato direttamente alle questioni in discussione. Quando verrà  il loro momento li convocherà , i banchieri, ne sia sicuro. Senta, il Dodd-Frank Act, quello che doveva essere la grande riforma regolatoria del mercato, è del 2010. Ma in massima parte è rimasto inattuato perché l’amministrazione non collabora. Voglio essere clemente: forse Obama personalmente sarebbe anche più incisivo, ma il ministero del Tesoro e tutto l’apparato di controllo che ruota intorno ad esso, è espressione diretta del mondo della finanza. Quindi, anche ammettendo che ne abbia la volontà , il presidente non può far nulla. Comandano loro».
In effetti Tim Geithner viene dalla Fed. Ora però ha annunciato le dimissioni: con il successore la musica cambierà ?
«No, ne sono sicuro. Sceglieranno un altro uomo, o donna, proveniente dall’ambiente bancario. Vorrei sbagliarmi, ma so che sarà  così. Lo chieda a Sheila Bair, che da presidente della Federal Deposit Insurance Corporation ha dovuto combattere epiche battaglie contro chi? Contro gli uomini del presidente, della Fed e del Tesoro. Finché si è dimessa nel 2011. Perfino nella sanità , giusto punto d’orgoglio di Obama, si infiltra il gruppo di potere che vuole compromettere l’intervento pubblico, a partire dai programmi sanitari Medicare e Medicaid, magari con la scusa del fiscal cliff. Il vero banco di prova per Obama sarà  la riaffermazione della necessità  e dell’opportunità  di uno Stato ben presente nella vita della popolazione ».
Anche il fiscal cliff è un falso problema?
«Ma certo. Sembra che il mondo precipiti se non si interviene entro fine anno. Invece non c’è nessuna fretta, né modifiche sostanziali del quadro politico con il nuovo Congresso che giustifichino l’urgenza. C’è tutto il tempo per riflettere e ponderare con attenzione le misure da prendere. E il tempo dobbiamo usarlo al meglio per valutare le decisioni più equilibrate. Nessuna emergenza ».
Infine, i ricchi. Non le sembra basso il livello di 250mila dollari, insomma un segno che Obama vuole allargare la base imponibile in modo saggiamente progressivo?
«Macché. Arriviamo al 2% della popolazione. Tutto qui. E anche se ora finiranno gli incentivi di Bush, la tassazione tornerà  ai livelli di Clinton. Questa sarebbe la grande riforma?»


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