Quella diga costa troppo

Si tratta di un’opera gigantesca che sta sorgendo nella regione occidentale di Benishangul-Gumuz, capace di generare 6mila megawatt di energia e che una volta ultimata diverrà  la diga più grande di tutta l’Africa.
Ma è anche un’opera che costa molto, forse troppo per le esangui casse dell’Etiopia, una delle realtà  più povere dell’intero continente africano: ben 4,1 miliardi di dollari. Per fare un utile raffronto basta considerare che il pil etiope nel 2011 si è attestato intorno ai 30 miliardi, con un reddito pro-capite di circa 400 dollari l’anno. Per il momento lo stesso esecutivo di Addis Abeba ha ammesso di aver trovato poco meno di 300 milioni di dollari, il grosso raccolto tramite obbligazioni governative. Dietro l’angolo c’è il possibile coinvolgimento cinese e una sorta di «contributo obbligatorio» da parte dell’intera cittadinanza.
Ma la cifra totale prevista per il completamento dell’ambizioso piano di costruzione, da attuarsi entro il 2035, è addirittura di 12 miliardi di dollari, con l’obiettivo di produrre circa 40mila megawatt di elettricità . Energia che in buona parte sarà  destinata all’esportazione e i cui proventi ci si augura in maniera forse fin troppo ottimistica possano assestare il traballante bilancio etiope.
Al momento la Grand Renaissance Dam, la cui realizzazione fa capo all’impresa italiana Salini, è nella fase iniziale dei lavori. Lo stesso ministro Tegenu ha comunicato che è completa solo per il 13 per cento, ma si è detto sicuro che sarà  perfettamente funzionante entro il 2015.
In realtà  i punti controversi legati al progetto non sono solo di natura finanziaria. Entro maggio dell’anno prossimo una commissione indipendente dovrà  stabilire se il mega-sbarramento ridurrà  in maniera sensibile i flussi del Nilo diretti verso l’Egitto, le cui autorità  sono giustamente preoccupate che il progetto possa comportare un danno agli equilibri idrogeologici del paese.
I pesanti impatti ambientali a valle non sono «prerogativa» solo della Grand Renaissance Dam. In Etiopia dovrebbe diventare operativa entro la fine del 2013 un’altra diga molto controversa, che ha preceduto i nuovi piani di gigantismo idroelettrico di Zenawi: la Gilgel Gibe III. La muraglia sul fiume Omo, la cui costruzione è affidata anche in questo caso alla Salini, sarà  alta 240 metri e causerà  l’allagamento di un’area di oltre 150 chilometri quadrati. Tale enorme bacino artificiale comporterà  conseguenze disastrose per l’ecosistema della valle dell’Omo e del lago Turkana, in Kenya, mettendo a rischio la sicurezza alimentare di non meno di mezzo milione di persone.
E del fatto che il progetto non tenesse troppo in considerazione l’ambiente e le popolazioni locali è sembrato dare conferma il ritiro di importanti finanziatori come World Bank, la Banca europea per gli investimenti e la cooperazione italiana, che pure avevano erogato fondi per Gilgel Gibe II.
Le istituzioni finanziarie internazionali, in primis la Banca mondiale, da sempre grande sostenitrice del comparto idroelettrico, per il momento non appaiono intenzionate a un coinvolgimento nel progetto Grand Renaissance Dam. Forse perché stanno già  adocchiando un’opera ancora più mastodontica, la diga di Grand Inga sul fiume Congo. Costo stimato oltre 50 miliardi di dollari.


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