Reati fino a 4 anni: non solo carcere

A suo modo è una rivoluzione. Per la prima volta nel sistema complesso e delicato delle pene, che misura il livello di civiltà  di un paese, entra per legge una punizione che non prevede come prima opzione il carcere. Come seconda opzione viene prevista anche la richiesta, da parte dell’imputato, con il consenso della vittima e dopo la decisione del giudice, la cosiddetta “messa alla prova”, che si traduce nella trasformazione della detenzione in lavori socialmente utili. Non retribuiti.
In questo scorcio di fine legislatura, teso e ostaggio dei rapporti di forza dei partiti, ieri l’aula di Montecitorio ha approvato la prima parte del disegno di legge «in materia di sospensione del procedimento con messa alla prova, pene detentive non carcerarie e sospensione del provvedimento nei confronti degli irreperibili». Il voto finale è previsto la prossima settimana. L’obiettivo è che farlo approvare dal Senato anche prima di Natale. Che dopo diventa tutto molto più a rischio. È un argomento che certo non ha l’appeal dello scontro nel centrosinistra tra Renzi e Bersani nè il fascino perverso del destino ancora indefinito del centro destra. Ma è politica, vera, quella che assume decisioni e decide i cambiamenti del patto di cittadinanza.
Il provvedimento è la terza gamba del piano di governo del ministro Guardasigilli Paola Severino e che prevedeva lotta alla corruzione, riforma dei distretti giudiziari e miglioramento delle condizioni dei detenuti nelle carceri. Dopo lo “svuota carceri” (ai domiciliari gli ultimi 18 mesi di detenzione; stop alle detenzioni due poche ore, il fenomeno delle porte girevoli) è il provvedimento che interviene a monte del fenomeno del sovraffollamento dei penitenziari.
«Mi pare che non ci sia nulla di più distante da un’amnistia» ha tuonato ieri mattina in aula il ministro Severino difendendo con le unghie e con i denti il suo disegno di legge dagli attacchi, prevedibili, di Lega, Idv, gli ex An e un pezzo di Pdl. «L’amnistia estingue reati e pene. Qui invece c’è un giudice che, caso per caso, per reati non pericolosi socialmente e in ogni caso puniti con pene non superiori ai quattro anni, può decidere di far scontare la pena non in carcere ma agli arresti domiciliari».
Sempre agguerrita il ministro Severino. Ma poche volte, in questo anno intenso per il dicastero della Giustizia, lo è stata come in questi due giorni (tra mercoledì e giovedì) in cui la Camera ha cominciato la votazione del provvedimento.
«Il catastrofismo che ho ascoltato nel dibattito in aula sulle pene alternative al carcere è francamente un deja vu. Sono gli stessi allarmi ascoltati in questa aula ai tempi dello svuota-carceri. Ma i numeri ci dicono che quel provvedimento è stato utile visto che i detenuti sono diminuiti di quasi duemila unità  (68.047 nel dicembre 2011; 66.687 nell’ottobre 2012, ndr), si contano sulle mani le recidive e non c’è stato alcun allarme sociale di quelli annunciati con tanta dovizia di particolari in questa aula». Paure figlie di pregiudizi e di un populismo facile.
Il provvedimento che sarà  licenziato la prossima settimana prevede che per i reati non gravi, puniti in via definitiva fino a 4 anni, il giudice può di volta in volta valutare di far scontare la pena agli arresti domiciliari. Una volta valutate le condizioni oggettive del domicilio. E ascoltato il parere della vittima. Il testo prevede anche la sospensione del processo con messa alla prova dell’imputato. Deve essere l’imputato, cioè, «non oltre l’apertura del procedimento di primo grado» a chiedere la sospensione definitiva del processo e di essere ammesso ai lavori socialmente utili.
Obiettivo del disegno di legge è alleggerire il peso sulle carceri e sulle aule di giustizia. In questo senso va la terza parte del provvedimento, quella che sospende i processi per gli irreperibili. «Una manna per spacciatori, clandestini e stranieri colpevoli di reato» è stata la replica di una parte dell’aula.


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